.

AusiliaEccelso
Se c'è un solo uomo non soggetto alle leggi, tutti gli altri, necessariamente, sono a discrezione di quello” Jean Jacques Rousseau
POLITICA
3 aprile 2009
Una sinistra invertebrata

Pubblicato giovedì 12 marzo 2009 in Inghilterra
[London review of books]

Perry Anderson, sull’eredità sprecata dell’Italia.

La sinistra italiana era una volta il più grande ed impressionante movimento popolare per il cambiamento sociale nell’Europa Occidentale. Comprendeva due partiti di massa, ognuno con la propria storia e cultura, impegnati non nel miglioramento, ma nel superamento del capitalismo; l’alleanza del dopoguerra tra socialisti e comunisti, PSI e PCI, non sopravvisse al boom degli anni ‘50. Nel 1963, Pietro Nenni portò i socialisti al governo per la prima volta come alleato di minoranza della Democrazia Cristiana, prendendo la via che avrebbe portato fino aBettino Craxi e lasciando così ai comunisti italiani la guida incontrastata dell’opposizione al regime democristiano. Sin dall’inizio, il PCI era stato più forte dal punto di vista organizzativo e ideologico, contando su un’ampia base - due milioni di tesserati a metà degli anni ‘50 - a partire dai contadini del Sud fino agli insegnanti e agli artigiani del Centro, per finire con gli operai del Nord. Faceva riferimento inoltre ad un’eredità intellettuale più ricca contenuta nei “Quaderni dal carcere” di Gramsci pubblicati di recente, la cui rilevanza andava ben oltre il partito. Al suo apice, il PCI poteva attingere ad una straordinaria gamma di energie sociali e morali, unendo una base popolare fortemente radicata ad un’ampia influenza intellettuale, più che qualsiasi altra forza nel paese.

Costretto dalla Guerra Fredda all’opposizione a livello nazionale per 40 anni, il partito si trincerò nelle amministrazioni prima locali e successivamente regionali, e nelle commissioni parlamentari attraverso cui il processo legislativo italiano deve necessariamente passare, insinuandosi nei sistemi governativi a diversi livelli secondari. Tuttavia, la sua strategia di fondo rimase pressoché stabile per anni. Dopo il 1948, i frutti della Liberazione furono spartiti. Il potere andò alla DC; la cultura al PCI. La Democrazia Cristiana controllava le leve del potere statale, il comunismo attirava i talenti della società civile. L’abilità del PCI di polarizzare la vita intellettuale italiana attorno a sé, non solo in una piccola cerchia di intellettuali, scrittori e pensatori, ma grazie anche a un clima generale di opinioni progressiste, non aveva paragoni da nessuna parte in Europa. Sia grazie alla sociologia della sua classe dirigente, che era per lo più molto istruita, a differenza di quella dei partiti comunisti di Francia, Germania, Regno Unito o Spagna, sia grazie a una gestione relativamente tollerante e flessibile della “battaglia delle idee”, il suo dominio in questo ambito era la risorsa che caratterizzava veramente il comunismo italiano. Ma, ad un prezzo doppio, il partito rimase costantemente cieco.

La misura dell’influenza del PCI sul mondo del pensiero e dell’arte era anche il risultato del grado in cui esso aveva assimilato e riprodotto le tendenze dominanti in una cultura italiana preesistente e di lunga data. Si trattava dell’idealismo che aveva trovato la sua espressione più potente, per quanto né l’unica né la più moderna, nella filosofia di Benedetto Croce, una figura che col passare degli anni aveva acquistato nella vita intellettuale del paese un’importanza paragonabile a quella di Goethe. Fu proprio lo storicismo di Croce, i cui meriti furono sottolineati dall’attenzione che Gramsci gli dedicò mentre era in carcere, ad essere generalmente accettato come la quintessenza di buona parte della cultura italiana del dopoguerra alla quale il PCI presiedeva direttamente o indirettamente. Ma dietro a tutto ciò è possibile scorgere tradizioni ancora più antiche che riconoscono la supremazia al regno delle idee, concepite in politica come volontà o conoscenza. Tra la caduta dell’Impero Romano ed il completamento del Risorgimento, l’Italia non conobbe mai uno stato o un’aristocrazia che comprendessero tutta la penisola e la maggior parte del tempo fu soggetta a svariate potenze straniere spesso belligeranti. Il risultato, per lunghi periodi, fu quello di creare in seno alle élite colte un senso di incolmabile divario tra le glorie del passato e la miseria del presente. Da Dante in poi, nacque una tradizione di intellettuali che sentivano fortemente la loro vocazione di recuperare e di trasmettere la cultura nobile dell’antichità classica, pervasi dalla convinzione che il paese poteva rinnovarsi soltanto attraverso l’azione profonda di idee rigeneranti, di cui solo loro potevano essere gli artefici, che agissero su una realtà decaduta. La sfera della cultura non si distingueva da quella del potere: era piuttosto il lasciapassare verso di esso.

Il comunismo italiano, in buona parte, ereditò questo modo di pensare. La nuova forma che venne data a tale predisposizione nazionale fu ispirata a Gramsci e da lui ripresa pressoché fedelmente. In questa versione, “l’egemonia” era un potere culturale e morale da conquistare consensualmente all’interno della società civile, come fondamenta reale dell’esistenza sociale, la quale alla fine assicurerebbe la conquista pacifica dello stato, l’espressione più esteriore ed apparente della vita collettiva. In quest’ottica, la posizione dominante acquisita dal partito nell’arena intellettuale dimostrava che esso era sulla buona strada per la vittoria politica finale. Questo non era ciò che Gramsci aveva creduto. Rivoluzionario nella Terza Internazionale, egli non aveva mai creduto che il capitale potesse essere spezzato senza la forza delle armi, per quanto fosse importante la necessità di guadagnare il più ampio consenso popolare per poter rovesciare le classi dominanti. Tuttavia si accordava con la visione idealistica della cultura in generale. Inoltre, all’interno della sfera intellettuale stessa, il PCI riprese la propensione umanista delle élite tradizionali, per le quali la filosofia, la storia e la letteratura erano sempre stati gli ambiti più importanti. Nel bagaglio del partito mancavano discipline moderne, come l’economia e la sociologia, e i metodi che avevano cercato di prendere in prestito, nel bene e nel male, dalle scienze naturali. Ottimo finché i suoi concetti si applicavano ai vertici di una gerarchia culturale riverita, molto più debole se si scendeva verso il basso e con gravi conseguenze che sarebbero emerse in seguito.

Quando i due grandi cambiamenti che avrebbero alterato l’ecologia del PCI nell’Italia del dopoguerra colpirono il partito, questo si trovò impreparato. Il primo fu l’arrivo di una cultura di massa totalmente mercificata, di un genere ancora inimmaginabile nel mondo di Togliatti, figurarsi in quello di Gramsci. Perfino al suo apice, furono evidenti i limiti dell’influenza del PCI sulla scena culturale e più in generale della sinistra italiana, poiché la Chiesa occupava una buona parte delle credenze e dell’immaginario popolari. Al di sotto del livello delle università, degli editori, degli studi di produzione o dei giornali, in cui l’influenza del partito era così diffusa e diversa dalle roccheforti della direzione della borghesia liberale nella stampa, c’era un fiorente sottobosco di riviste e programmi conformisti confezionati su misura per gli elettori della DC di cultura medio-bassa. Dal suo punto di vista privilegiato tra l’élite culturale, il PCI poteva guardare a questo universo con una condiscendenza tollerante, considerandolo come espressione del legame di un passato clericale la cui importanza era stata a lungo sottolineata da Gramsci. Non pensava certo di esserne minacciato.

L’afflusso di una cultura di massa secolare e totalmente americanizzata era un altro discorso. Colto impreparato, l’apparato del partito e l’intellighenzia formatasi attorno ad esso ne furono sconvolti. Anche se l’impegno critico nell’ambito della cultura più bassa non mancava in Italia - Umberto Eco fu un pioniere - il PCI non riuscì a capirlo. Non venne creato alcun tipo di dialettica creativa in grado di resistere l’attacco del nuovo, trasformando i rapporti tra l’alto e il basso. Il caso del cinema, in cui l’Italia aveva primeggiato dopo la guerra, può essere preso come emblematico. Non ci fu un ricambio dopo la generazione dei grandi registi - Rossellini, Visconti,Antonioni - che avevano iniziato le loro carriere durante gli anni ‘40 o i primi anni ‘50, e di cui vediamo gli ultimi lavori importanti nei primi anni ‘60. Successivamente non si verificherà nessun incontro produttivo tra avanguardie e forme popolari paragonabile al cinema diGodard in Francia o a quello di Fassbinder in Germania; in seguito, c’è stato soltanto il debole tentativo di Nanni Moretti. Il risultato fu un divario enorme fra la sensibilità popolare e quella del pubblico colto, lasciando il paese inerme di fronte alla controrivoluzione culturale dell’impero televisivo di Berlusconi, che saturò l’immaginario popolare con un’ondata di idiozie e fantasie grossolane - definirle squallida spazzatura sarebbe perfino troppo gentile. Incapace di confrontarsi o di ribaltare la situazione, per un decennio il PCI cercò di resistere. Il vero capo del partito, EnricoBerlinguer , personificava l’austero disprezzo per l’auto-indulgenza e l’infantilismo del nuovo universo basato sul consumo materiale e culturale. Dopo la sua morte, il passaggio dal rifiuto totale all’accettazione un po’ troppo entusiasta fu breve - WalterVeltroni finì per assomigliare ad una delle figurine luccicanti degli album per bambini con le quali si fece conoscere distribuendole in allegato alle copie dell’Unità quando divenne direttore del giornale.

Se l’idealismo del PCI non gli permetteva di cogliere le pulsioni materiali del mercato e dei media che trasformarono il tempo libero in Italia, la stessa mancanza di sensibilità economica e sociologica fece sì che il partito non fosse in grado di percepire i cambiamenti determinanti nel mondo del lavoro. Già sul finire degli anni ‘60 prestava meno attenzione a questi aspetti a confronto con le nuove leve dei giovani radicali che avrebbero generato successivamente quel fenomeno tutto italiano dell’”operaismo” [*], una delle avventure intellettuali più strane della sinistra europea dell’epoca. A differenza del PCI, il PSI del dopoguerra aveva avuto un personaggio politico importante, RodolfoMorandi , il cui marxismo era di un genere meno idealista, più attento alle strutture dell’industria italiana, sulla quale aveva condotto una famosa inchiesta. Nella generazione successiva, egli trovò un valido erede nella figura di RanieroPanzieri , un militante del PSI che, dopo essersi trasferito a Torino, aveva cominciato a indagare sulla condizione degli operai nelle fabbriche della FIAT, riunendo per questo lavoro un gruppo di giovani intellettuali (tra cui Antonio Negri) di cui molti, ma non tutti, appartenenti alle associazioni giovanili del PSI. Nel corso del decennio successivo, l’operaismo diventò una forza mutevole, generando una serie di riviste specializzate molto influenti, anche se di breve durata - Quaderni Rossi, Gatto selvaggio, Contropiano - che esploravano le trasformazioni nel mondo del lavoro e nel capitale industriale dell’Italia contemporanea. Il PCI non aveva nulla di simile da mostrare e prestò scarsa attenzione a questi fermenti, benché in questa fase il più influente tra i nuovi teorici fosse un giovane uscito proprio dalle sue file a Roma, MarioTronti . Si trattava di un ambiente la cui cultura era essenzialmente estranea al partito, persino dichiaratamente ostile nei confronti di Gramsci, tacciato di spiritualismo e populismo.

L’influenza dell’operaismo venne non soltanto dalle inchieste o dalle idee dei suoi studiosi, ma anche dai loro rapporti con l’avanzata di nuovi contingenti della classe operaia: giovani immigranti dal Sud, che si ribellavano contro i salari bassi e le condizioni di lavoro oppressive nelle fabbriche del Nord - per non parlare dei sindacati a guida comunista sconcertati dagli scoppi improvvisi di militanza o di forme non convenzionali di lotta. L’avere anticipato queste agitazioni diede all’operaismo una forte spinta intellettuale in controcorrente. Ma lo arrestò proprio nel momento della sua intuizione originale, portandolo a romanticizzare la rivolta proletaria concepita come un flusso di magma quasi continuo dalle fondamenta delle fabbriche. Nella metà degli anni ‘70, consapevoli che l’industria italiana stava cambiando ancora una volta e che la militanza operaia era in declino, Negri ed altri ripiegheranno sulla figura del “lavoro sociale” in generale - in pratica chiunque fosse impiegato o disoccupato, ovunque, dal capitale - come precursore dell’imminente rivoluzione. L’astrazione di questo concetto fu un segnale della disperazione e le politiche apocalittiche che l’accompagnarono portarono l’operaismo intervenire nella massificazione della cultura popolare, su un binario morto verso la fine degli anni ‘70. Il PCI, tuttavia, dopo aver smarrito i cambiamenti degli anni ‘60, non aveva imparato la lezione e non offrì nulla di meglio che la sociologia industriale. E dunque proprio quando l’economia italiana stava attraversando un ulteriore mutamento profondo durante gli anni ‘80, con l’ascesa della piccola impresa votata all’esportazione e dell’economia sommersa - il “secondo miracolo italiano”, come qualcuno lo denominò un po’ tropposperanzosamente all’epoca - il partito fu colto impreparato di nuovo e questa volta il colpo alla sua posizione di rappresentante delle masse lavoratrici fu fatale. Vent’anni dopo, così come da una parte la vittoria di Forza Italia ne avrebbe messo drammaticamente in evidenza l’incapacità di reagire in tempo ed dall’altra i trionfi della Lega ne avrebbero rivelato l’inadeguatezza a rispondere in tempo alla frammentazione del mercato del lavoro postmoderno.

Queste furono mancanze della mentalité [N.d.T. in francese nel testo] che andavano oltre al marxismo del partito, oltre al senso classico dei valori intellettuali che, per quanto avesse molte limitazioni, a suo modo fu quasi sempre onorabile e spesso ammirevole. Tuttavia, ci fu un altro lato più dannoso per l’idealismo stesso, specifico al comunismo italiano, e del quale sopporterà coscientemente le conseguenze politiche. Si tratta di un tratto strategico che non ha subito mutamento alcuno dai tempi della Liberazione ed i cui spasmi continuano ancora al giorno d’oggi. . Quando Togliatti ritornò da Mosca a Salerno nella primavera del ‘44, egli chiarì subito al partito che non ci sarebbe stato alcun tentativo di fare una rivoluzione socialista in Italia subito dopo l’espulsione della Wehrmacht, la quale s’intravedeva già. La Resistenza al nord, in cui il PCI giocava un ruolo centrale, poteva appoggiare gli eserciti Alleati presenti nel Meridione come forza principale nella lotta contro i tedeschi, ma non poteva sostituirsi ad essi e sarebbe stato l’Alto Comando Alleato a dettare le condizioni dopo l’armistizio. Dopo vent’anni di repressione ed esilio, il compito del PCI era quello di costruire un partito di massa e di avere un ruolo centrale in un’assemblea eletta per dare delle nuove basi democratiche all’Italia.

Questa era una lettura realistica dell’effettivo rapporto di forze nella Penisola e della determinazione di Washington e di Londra di non permettere nessun attacco al capitale sulla scia della sconfitta tedesca. Una sollevazione popolare nel dopoguerra non era nei piani. Togliatti, tuttavia, andò oltre questo. In Italia, la monarchia che aveva coadiuvato l’ascesa e convissuto tranquillamente col Fascismo, aveva esautorato Mussolini nell’estate del ‘43, timorosa di andare a picco con lui dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia. Dopo un breve intervallo, il re fuggì al Sud assieme a Badoglio, il conquistatore dell’Etiopia, dove gli Alleati li misero a capo di un’amministrazione regionale che era rimasta inalterata, mentre al nord i tedeschi piazzavano Mussolini al comando della repubblica fantoccio di Salò. Quando la guerra finì, l’Italia non ricevette lo stesso trattamento della Germania, ovvero quello di una nazione sconfitta, bensì fu ammonita con la denominazione “co-belligerante”. Una volta partiti gli Alleati, un governo di coalizione che comprendeva il Partito d’Azione (sinistra progressista), i socialisti, i comunisti e i democristiani doveva confrontarsi con il lascito del Fascismo e con la monarchia con cui aveva collaborato. I democristiani, consapevoli che i suoi potenziali elettori erano rimasti fedeli alla monarchia e riconoscendo che i loro naturali sostenitori nell’apparato dello Stato erano stati gli strumenti di routine del Fascismo, furono decisi ad evitare che si verificasse qualcosa di simile alla de-nazificazione avvenuta in Germania. Ma essi erano una minoranza nel consiglio dei ministri, in cui la sinistra laica aveva più spazio.

In questo frangente il PCI, piuttosto che mettere la DC sulla difensiva premendo per una purga senza compromessi dello Stato - eliminando tutti i collaborazionisti che occupavano i posti più elevati nell’apparato burocratico, nella giustizia, nell’esercito e nella polizia - la invitò a dirigere il governo e non fece più di tanto per scardinare il tradizionale apparato di potere del regime. Di conseguenza, oltre a non aver isolato la DC, Togliatti aveva fatto in modo di fare diventare il suo capo, DeGasperi , capo del governo, e in seguito si mise d’accordo con la DC - provocando lo sdegno dei socialisti - per confermare i Patti Lateranensi, siglati da Mussolini con il Vaticano. I prefetti, i giudici e i poliziotti che avevano lavorato sotto il regime furono lasciati ai loro posti. Perfino nel 1960, 62 dei 64 prefetti erano stati dei tirapiedi del Fascismo, e così tutti i 135 capi dirigenti della polizia di stato. Per quanto riguarda i giudici e gli ufficiali, i tribunali irriducibili prosciolsero i torturatori del regime e condannarono i partigiani che avevano lottato contro di loro, dichiarando retroattivamente regolari i combattenti della Repubblica Fascista di Salò, ed illegali quelli della Resistenza - questi ultimi quindi punibili con l’esecuzione sommaria dopo il 1943, i primi senza alcuna sanzione penale dopo il 1945. Queste mostruosità furono una diretta conseguenza delle azioni del PCI. Togliatti stesso, in veste di ministro della giustizia, promulgò un’amnistia nel giugno del ‘46 che li riabilitava. Un anno dopo, il partito fu ricompensato con l’espulsione dal governo da parte di DeGasperi, il quale non ne aveva più bisogno.

La storia del dopoguerra in Italia sarebbe stata dunque completamente diversa da quella della Germania, dove non c’era stata una Resistenza popolare. Il Nazismo venne distrutto sia dalla misura della sconfitta militare, che dallo sradicamento portato avanti dall’occupazione Alleata. Nella Repubblica Federale, il Fascismo non poté risollevarsi mai più. In Italia, per contrasto, la Resistenza tramandò un’ideologia di anti-fascismo patriottico, la cui retorica ufficiale era onnipresente, di cui il PCI fu adepto e capo indiscusso, coprendo l’effettiva continuità del Fascismo, sia nel corpus legislativo, sia nell’apparato burocratico, ma anche come credo e movimento politico apertamente proclamato. Rifondato col nome di MSI, il partito Fascista si ritrovò presto ad occupare i banchi del Parlamento e, dietro la figura del suo capo, GiorgioAlmirante , fu infine accettato anche dalla classe dirigente. Esaltando le leggi razziali di Mussolini, questo personaggio aveva detto ai suoi connazionali nel 1938 che “il razzismo è il più vasto e il più coraggioso riconoscimento di sé stessa che l’Italia avesse mai fatto” e nel 1944, dopo che Mussolini fu aerotrasportato a nord dai tedeschi, che coloro i quali non si fossero arruolati nelle milizie della Repubblica di Salò sarebbero stati fucilati alla schiena. QuandoAlmirante morì negli anni ‘80, la vedova di Togliatti si trovava tra quelli che parteciparono al funerale. Oggi, Gianfranco Fini, il suo erede designato, è il Presidente della Camera dei Deputati e il probabile successore di Berlusconi come Presidente del Consiglio.

Al di là delle facili critiche a questo percorso, quello che risulta più dannoso nel ruolo giocato dal PCI è la sua futilità auto-distruttiva. Quando ebbe l’occasione di indebolire la Democrazia Cristiana infierendo con un antifascismo intransigente, separandola dall’elettorato reazionario che aveva sostenuto il regime, fece l’opposto, aiutando la DC a consolidarsi nel ruolo di forza dominante del Paese dando un colpo di spugna al passato di collaborazionismo col regime. In questa debacle, il comportamento del partito non aveva una scusante internazionale. La rivoluzione poteva essere esclusa dall’Italia del dopoguerra, ma nel 1946 gli Alleati avevano essenzialmente abbandonato il paese e non erano in grado di fermare una epurazione del Fascismo. L’ingenuità di Togliatti, raggirato strategicamente da DeGasperi , non può essere spiegata appellandosi alle ingerenze esterne. Si fondava bensì sulla concezione strategica che egli aveva tratto da Gramsci, interpretata attraverso la rete di Croce e i suoi predecessori. L’inseguimento del potere politico, scriveva Gramsci, richiedeva due tipi di strategie, i cui termini egli prese dalla teoria militare, una guerra di posizione e una di manovra: da una parte una guerra di trincea o d’assedio e dall’altra una mobilitazione d’assalto.

La Rivoluzione Russa è un esempio del secondo caso; una rivoluzione nel mondo Occidentale avrebbe richiesto la prima, per un periodo di tempo considerevole, prima di passare alla seconda fase. Proprio come aveva annacquato il concetto gramsciano di egemonia trasformandolo in un semplice momento consensuale, fissandolo fondamentalmente nella società civile, allo stesso modo sotto la direzione di Togliatti il PCI ridusse la sua concezione di strategia politica ad una mera guerra di posizione, cercando di aumentare la sua influenza sulla società civile, come se nessuna tipologia di guerra di movimento - l’imboscata, la carica improvvisa, l’accerchiamento veloce, la cattura dei nemici di classe o dello stato a sorpresa - fosse più necessaria in Occidente. Nel 1946-47, DeGasperi e i suoi colleghi non commisero lo stesso sbaglio.

Arrivati al 1948 l’entusiasmo popolare seguito alla Liberazione andava spegnendosi. L’inizio della Guerra Fredda portò con sé la sconfitta elettorale e si dovettero aspettare altri 20 anni prima che una nuova ondata di ribellione politica si manifestasse in Italia. E quando arrivò, la rivolta generazionale sul finire degli anni ‘60 che mise insieme gli studenti e i giovani lavoratori, durò più a lungo ed ebbe conseguenze più profonde che da nessuna altra parte in Europa. Con l’arrivo del successore di Togliatti, Luigi Longo, in qualche modo più agguerrito e meno diplomatico, il PCI non reagì in maniera così negativa nei confronti della rivolta studentesca come ilPCF in Francia. Ma non riuscì nemmeno ad avanzare delle proposte creative, fallendo sia nello stabilire un legame con la cultura di strada con la quale, in lungo e in largo interagì dinamicamente per qualche tempo - il passato dei classici Marxisti e Bolscevichi, il presente dei graffiti con le bombolette spray- sia nel rinnovare il proprio bagaglio di concetti strategici sempre più stagnante. Quando un’opposizione critica nei confronti di questa inazione sorse all’interno del partito sotto forma del gruppo del Manifesto - con un taglio più autenticamente gramsciano e che possedeva una maggiore intelligenza politica degli operaisti all’esterno - la classe dirigente del PCI li espulse senza pensarci due volte.

La scomunica arrivò durante l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, condannata senz’appello dal Manifesto. In questo caso, a fianco all’idealismo innato sin dalla sua nascita, troviamo la seconda ragione per la continua paralisi strategica del comunismo italiano. Per quanto flessibile in altri ambiti, il PCI rimase stalinista sia nelle sue strutture interne che nei suoi legami con lo Stato Sovietico. Disperati per via del governomonopartitico di un’intorpidita Democrazia Cristiana, i sostenitori liberali del partito - e ce ne sarebbero stati molti nel corso degli anni - avrebbero manifestato di continuo ammirazione per l’assennata moderazione interna del PCI, eppure si sarebbero esasperati se esso avesse compromesso questo impeccabile merito per via dei suoi legami con l’USSR e le norme organizzative che da esso derivavano. In realtà, entrambi erano strutturalmente collegati. Dalla svolta di Salerno in poi, la moderazione del partito era una compensazione per i suoi legami con Mosca, non una contraddizione. Proprio perché poteva essere sempre messo alla prova per via della sua parentela sospetta con la terra della Rivoluzione d’Ottobre, doveva strafare per dare continuamente prova della propria innocenza da qualsiasi accusa di voler emulare quel troppo famoso modello di cambiamento. La zavorra di una colpa putativa e la ricerca di una rispettabilità liberatoria andavano di pari passo. Il membro del partito più apertamente a destra, il formidabile GiorgioAmendola , ammoniva il partito contro ogni tolleranza nei confronti della rivolta studentesca, mentre si recava regolarmente in Bulgaria per le sue vacanze in famiglia, personificando i meccanismi di questo dualismo.

Incapace di guidare e di sviluppare le rivolte sul finire degli anni ‘60 e dei primi anni ‘70, il PCI si rivolse ancora una volta alla Democrazia Cristiana, con l’illusoria speranza che la DC avesse cambiato il suo modo di fare e che ora fosse disponibile a collaborare col partito al governo del paese - Cattolicesimo e Comunismo uniti in un “compromesso storico” per difendere la democrazia italiana contro i pericoli dei sovversivi e le tentazioni del consumismo. Proponendo questo patto nel 1973, subito dopo avere preso le redini del partito,Berlinguer chiamò in causa l’esempio del Cile, in cui Allende era appena stato rovesciato, come un avvertimento sul potenziale scoppio di una guerra civile nel caso in cui la sinistra - comunisti e socialisti insieme - tentasse mai di governare il paese sulla base di una mera maggioranza aritmetica nell’elettorato. Non si poteva avanzare argomento più palesemente ingannevole. Non c’era il benché minimo rischio di una guerra civile in Italia, in cui perfino i casi di violenza che si erano verificati - il caso peggiore era stato quello dell’attentato di Piazza Fontana a Milano ad opera del terrorismo di estrema destra - avevano avuto un’influenza minima sulla vita politica del paese nel suo complesso. Ma appena il PCI aprì le braccia alla DC, i gruppi rivoluzionari a sinistra del partito nati dalle rivolte studentesche intuirono il profilarsi di un gruppo dirigente parlamentare monolitico, un governo senza opposizione e decisero di intraprendere un’azione diretta contro di esso. I primi attacchi letali delle Brigate Rosse si verificarono l’anno successivo.

Tuttavia il sistema politico non era in pericolo. Le elezioni del 1976, in cui il PCI ottenne buoni risultati, si svolsero in perfetta tranquillità. Sulla scia delle elezioni, la DC accettò gentilmente l’appoggio comunista per i governi della cosiddetta “solidarietà nazionale” guidata da Giulio Andreotti, senza alterare le sue politiche e senza concedere alcun ministero al PCI. Venne aumentata la legislazione repressiva, che limitava le libertà civili in modo gratuito. Due anni dopo, le Brigate Rosse rapirono a Roma il più influente capo della DC, Aldo Moro, esigendo la liberazione dei propri prigionieri in cambio della sua libertà. Durante i suoi 55 giorni di prigionia, temendo di essere abbandonato dal proprio partito, Moro scrisse ai suoi colleghi di partito una serie lettere sempre più amareggiate, diventando una chiara minaccia per Andreotti in caso di sua liberazione. Durante questa crisi, ancora una volta il PCI non dimostrò né umanità né senso comune, condannando qualsiasi negoziato per assicurare la liberazione di Moro più duramente della dirigenza stessa della DC, che era comprensibilmente divisa.

Moro fu puntualmente abbandonato al proprio destino. Se fosse rimasto in vita, il suo ritorno avrebbe sicuramente diviso la Democrazia Cristiana ed avrebbe probabilmente posto fine alla carriera di Andreotti. Il prezzo della sua salvezza era irrilevante. Le Brigate Rosse, un piccolo gruppo che obiettivamente non pose mai una seria minaccia alla democrazia italiana, difficilmente sarebbe stato rafforzato dal rilascio di alcuni dei suoi associati, i quali sarebbero stati sotto stretta sorveglianza da parte della polizia appena lasciato il carcere. L’idea che il prestigio dello Stato non poteva sopravvivere a una tale resa, oppure che migliaia di nuovi terroristi sarebbero spuntati sulla scia del rilascio, era poco più che un’isteria interessata. I socialisti se ne resero conto e si impegnarono per le trattative. Più papisti del Papa, i comunisti, avendo la preoccupazione di dimostrare che essi erano il più solido di tutti i baluardi dello Stato, sacrificarono una vita e salvarono la loro vendetta invano. La DC non dimostrò alcuna gratitudine. Una volta usati, Andreotti - un maestro del tempismo, più abile dello stesso DeGasperi - li mise da parte. Quando vennero le elezioni del 1979, il PCI perse un milione e mezzo di voti e si trovò di nuovo da solo. Il “compromesso storico” non aveva fruttato altro che la disillusione tra i propri elettori e l’indebolimento della propria base. Quando l’anno successivoBerlinguer chiese agli operai della Fiat, minacciati da licenziamenti in massa, di occupare le fabbriche, il suo appello non trovò risposta. L’ultima grande agitazione sindacale di cui il partito sarebbe mai stata partecipe fu velocemente schiacciata.

Cinque anni dopo, riflettendo amaramente sulla politica nel suo paese, Giovanni Sartori sottolineava che Gramsci aveva avuto ragione nel distinguere tra una guerra di posizione e una di movimento. I grandi leader - Churchill o De Gaulle - capirono la necessità di fare delle guerre di movimento. In Italia, i politici potevano concepire soltanto la guerra di posizione. Egli stesso aveva sempre pensato che il titolo del famoso volume diOrtega y Gasset, España Invertebrada, sarebbe ancora di più adatto per l’Italia, in cui la Controriforma aveva creato una radicata abitudine al conformismo e in cui le continue invasioni e conquiste straniere avevano fatto degli italiani un popolo di specialisti nella sottomissione. Scevra di una qualsiasi élite con la stoffa, questa è stata una nazione senza spina dorsale.Sartori non parlava a casaccio. I suoi destinatari erano i membri di quella classe politica che lui stesso aveva descritto. A questo punto, il PCI era scomparso, Berlusconi era al potere e il suo scopo principale era chiaro: proteggere sé stesso e il suo impero dalla legge. Le misure adpersonam per riuscirci, approvate in fretta dalle Camere, arrivarono sulla scrivania del presidente. La presidenza italiana non è una carica totalmente onorifica. Il Quirinale non solo nomina il Presidente del Consiglio, il quale viene successivamente ratificato dal Parlamento, ma può anche bloccare le nomine ministeriali e rifiutarsi di firmare le leggi. Nel 2003 il titolare della carica era l’ex presidente della Banca d’Italia, CarloAzeglio Ciampi, vanto del centro-sinistra che era stato a capo dell’ultimo governo della Prima Repubblica, poi ministro delle finanze durante il primo governo Prodi, ed è oggi senatore per il Partito Democratico.

Imperturbabile, Ciampi firmò leggi eccezionali non solo per consolidare la morsa di Berlusconi sulla televisione, ma anche per garantirgli immunità dai processi — un’immunità della quale Ciampi stesso, da Presidente, poteva beneficiare, mentre vi apponeva la sua firma. Fuori dal Quirinale, strazianti appelli a lume di candela per le strade lo pregavano di non firmare. Ma gli eredi del comunismo non sollevarono obiezioni. Difatti era dai ranghi del centro-sinistra stesso che era venuta la prima bozza della legge sull’immunità. Se la stampa si era torta le mani al riguardo della legge, il Presidente - il quale secondo la Costituzione si presupponeva fosse super partes e trattato con la necessaria riverenza - non fu messo in dubbio. Solo una significativa voce nazionale si sollevò, non in modo lamentoso, ma in modo caustico, contro Ciampi. Venne da Sartori, un liberale conservatore, che chiese a Ciampi pubblicamente se esisteva, sprezzantemente soprannominandolo “coniglio” per la sua codardia.

Oggi è un ex comunista - Giorgio Napolitano, capo della fazione di estrema destra del PCI dopo la morte di Amendola - che siede al Quirinale. Al momento della sua elezione, la prima legge sull’immunità era stata spazzata via dalla Corte Costituzionale. Ma quando la legge furiconfezionata - è il caso di dirlo, un cambiamento solo di facciata- e la sostanza della stessa normativa fu votata di nuovo dalla maggioranza di Berlusconi in Parlamento, il presidente della rappresentanza parlamentare post-comunista in Senato, ben lontano dall’opporsi ad essa, spiegò che il Partito Democratico in teoria non aveva obiezioni, sebbene forse sarebbe stato meglio applicarla sono nella prossima legislatura.Napolitano non perse tempo su tali questioni di principio, firmando la legge il giorno stesso in cui gli fu presentata. Ancora una volta, le uniche voci che si sollevarono a denunciare questa ignominia furono liberali o apolitiche,Sartori e una manciata di spiriti liberi - immediatamente rimproverati di mancare di rispetto al capo dello stato dalla stampa di sinistra, compiacente non solo ai Democratici ma persino a Rifondazione. Questa è la sinistra invertebrata [in italiano nel testo, N.d.T.] oggi in Italia.

Le inarrestabili congiunture storiche - la fine dell’esperienza sovietica; la contrazione, o disintegrazione, della classe operaia tradizionale; l’indebolimento della previdenza sociale; l’espansione dellavideosfera; il declino dei partiti - hanno esercitato enormi pressioni sulla sinistra ovunque in Europa, danneggiando un po’ tutti. La caduta del Comunismo Italiano è, da questo punto di vista, parte di una storia più ampia, che va al di là di ogni biasimo . Tuttavia da nessun’altra parte è stata sprecata un’eredità tanto importante. Il partito che è stato battuto in astuzia da DeGasperi e Andreotti, che omise di epurare il fascismo o dividere il clericalismo, era ancora una forza in espansione di notevole vitalità, al di là delle sue ingenuità strategiche. I suoi discendenti hanno complottato con Berlusconi, senza l’ombra di una giustificazione, ben consapevoli di chi lui fosse e di cosa stessero facendo. Ora è disponibile una notevole quantità di riscontri che smaschera Berlusconi, sia in Italia che all’estero, che include almeno tre ricerche di primo piano in inglese. Ma e’ impressionante come tutte questa ricerche diventino innocue quando affrontano il ruolo del centro-sinistra nell’aiutare Berlusconi a fare tabula rasa e a radicare il suo potere. La complicità dei suoi Presidenti nella serie di tentativi di metterlo - e mettersi - al di sopra della legge non è un’anomalia, ma è parte di un coerente modello che ha visto gli eredi del Comunismo italiano permettergli di mantenere ed espandere il suo impero mediatico, a dispetto di quella che una volta era la legge; non alzare un dito per occuparsi del suo conflitto di interesse; far uscire di prigione il suo braccio destro e non pochi altri criminali milionari; e ripetutamente cercare di concludere accordi elettorali con lui, alle spese di qualsiasi principio democratico, per beneficiarne loro stessi.

Alla fine di tutto questo, non solo sono rimasti a mani vuote come i loro predecessori, ma persino definitivamente svuotati di criterio e coscienza. E che cosa è accaduto al grande baluardo della cultura di sinistra in Italia? Aveva già cominciato a sbriciolarsi molto prima, dalla base delle sue fondamenta minate insieme a quella che fu la fortezza dello stesso partito di massa. Come in Germania, lo spostamento a destra arrivò inizialmente nel campo della storia, con una rivalutazione della dittatura del paese fra le due guerre. Il primo volume della biografia di Mussolini di Renzo De Felice, che copre gli anni fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, fu pubblicato nel 1965. Ma non fu prima del quarto volume, che si occupava del periodo dalla Grande Depressione fino all’invasione dell’Etiopia, apparso nel 1974 - seguito un anno più tardi dal libro-intervista alneoconservatore americano Michael Leeden , successivamente figura di rilievo nel caso Iran-Contra - che questa ampia iniziativa ebbe un impatto di grande forza sull’opinione pubblica, attraendo una raffica di critiche da parte della sinistra per la riabilitazione del fascismo. Quando uscì il quinto volume, all’inizio degli anni ottanta, De Felice era diventato un’autorità accettata, che godeva di facile accesso ai media - appariva sempre più spesso in televisione - la cui credibilità in Italia non veniva quasi più messa in dubbio. Ben presto De Felice richiese la fine dell’anti-fascismo come ideologia ufficiale in Italia. Alla metà degli anni novanta egli spiegava che il ruolo della Resistenza, in quella che in realtà era una guerra civile al nord nella quale era stato sottovalutato il lealismo alla Repubblica di Salò, aveva bisogno di essere demistificato. Il suo ottavo e ultimo volume, incompleto alla sua morte, uscì nel 1997. In totale, De Felice dedicò 6500 pagine alla vita di Mussolini, più di tre volte la lunghezza della biografia di Hitler diIan Kershaw e proporzionalmente più lunga anche della biografia autorizzata della vita di Churchill di Martin Gilber: il più grande monumento individuale a un leader del ventesimo secolo.

La qualità di questa opera, malamente scritta e spesso arbitrariamente composta, non é mai stata all’altezza della sua vastità. I suoi punti di forza risiedono nella infaticabile ricerca archivistica di De Felice e nella sua insistenza su alcune verità ineccepibili , principalmente che i militanti del fascismo come movimento provenivano più che altro da una classe medio-bassa, che il fascismo come sistema attraeva il sostegno di uomini d’affari, burocrati e delle classi più alte in generale e che al suo culmine, il regime controllava un vasto consenso popolare. Queste scoperte, nessuna delle quali particolarmente originali, si trovano incoerentemente accostate a dichiarazioni secondo le quali il fascismo sarebbe stato l’erede dell’illuminismo, che non aveva niente a che fare col nazismo, che il suo crollo causò la morte della nazione italiana, e, come se non bastasse, si accompagnavano ad un modo, assolutamente indulgente e sproporzionato, di ritrarre Mussolini come un grande - anche se imperfetto - statista concreto. A livello intellettuale, De Felice non aveva né il repertorio concettuale né l’ampiezza di interessi di Ernst Nolte, il cui primo libro aveva preceduto il suo. Ma il suo effetto fu molto più forte, non solo a causa della vastità della sua erudizione, o persino del fatto - fondamentale per quanto ovvio - che in Germania il fascismo era stato discreditato in maniera ben più assoluta che in Italia, ma anche perché alla fine della sua carriera c’era rimasto ben poco della cultura ufficiale del dopo guerra che lui si era proposto di contestare. È significativo che la più radicale demolizione del suo pensiero venne da Danis Mack Smith in Inghilterra, piuttosto che da uno storico italiano.

Ma se non c’era una vera controparte all’Historikerstreit [¤] in Italia, dove De Felice sentiva di aver raggiunto la maggior parte dei suoi obiettivi, era anche evidente uno spostamento meno netto di energie intellettuali verso la destra che in Germania. Il principale successore di De Felice, Emilio Gentile, si è dedicato ad ampliare il tema familiare che le politiche di massa del ventesimo secolo fossero versioni secolarizzate di fede soprannaturale, dividendole in stili maligni - comunismo, nazismo, nazionalismo - includendo fanatiche religioni politiche e forme più accettabili, in particolare il patriottismo americano, che costituiscono religioni “civili”: il totalitarismo opposto alla democrazia adorno di sacralità. Questa è una interpretazione che ha conquistato più di un seguito negli Stati Uniti o in Inghilterra che nella stessa Italia. Lo stesso, paradossalmente, si potrebbe dire degli ultimi frutti dell’operaismo [in italiano nel testo, N.d.T] a sinistra. Là il sobrio spirito della ricerca operaia era passato a miglior vita con la morte prematura diPanzieri alla metà degli anni sessanta e in seguito all’impeto di Tronti e del giovane - e allora ugualmente appassionato- critico letterario Alberto Asor Rosa, le sue prospettive subirono due drastici cambiamenti di rotta.

Da Tronti venne la convinzione che la classe operaia, lungi dal dover sopportare trasformazioni economiche sotto l’influenza del capitale, ne fosse l’artefice, imponendo ai datori di lavoro e allo stato i cambiamenti strutturali di ciascuna fase di accumulazione. Il segreto dello sviluppo giaceva non nell’impersonale richiesta economica di redditività proveniente dall’alto, ma nella pressione delle lotte di classe provenienti dal basso. DaAsor Rosa proviene il ragionamento che la “letteratura impegnata” fosse un’illusione populista, poiché la classe operaia non poteva sperare di trarre beneficio dalle arti o dalle lettere in un mondo moderno in cui la cultura in quanto tale era irrimediabilmente borghese, per definizione. Non seguirono né rozzo conformismo né semplicità alla Tolstoy. Piuttosto, fu solo l’alto modernismo di Mann, Proust, Kafka o Svevo, e l’avanguardia radicale, fino a Brecht, ma non oltre, ad avere importanza in letteratura - ma come testimonianze, di incomparabile invenzione formale, delle contraddizioni interne dell’esistenza borghese, non come un testamento di qualunque utilità per il mondo operaio. L’abisso fra i due non poteva essere colmato nemmeno dalle migliori intenzioni rivoluzionarie di unMayakovsky: era fondamentale.

” Per la creazione di letteratura di qualità, il socialismo non è stato essenziale. Per fare la rivoluzione, gli scrittori non saranno essenziali. La lotta di classe prende una strada diversa. Ha altre voci per esprimersi, per farsi capire. E la poesia non può sostenerla. Poiché la poesia, quando è eccezionale, parla una lingua nella quale le cose - le cose dure che parlano di lotta e vita quotidiana - hanno già assunto il valore esclusivo di un simbolo, di una metafora gigantesca del mondo: e il prezzo, spesso tragico, della sua grandezza è che ciò che dice sfugge alla pratica, per non ritornarci mai più.”

Quando questo fu scritto, il destinatario era la linea ufficiale del PCI, al di là del quale c’era Gramsci, che aveva creduto che il movimento comunista fosse il legittimo erede della più alta cultura europea, dal Rinascimento, dalla Riforma e dall’Illuminismo in poi, e che tra i problemi da risolvere in Italia ci fosse la mancanza di una letteratura popolare nazionale. Ma, con lo sbocciare degli sconvolgimenti della fine degli anni ‘60, in primo luogoTronti e poi Asor Rosa decisero che sarebbe stato molto più sensato lavorare all’interno del PCI - dove, dopotutto, si sarebbe dovuta trovare la classe operaia - e non al di fuori di esso. Con questo passo,Tronti traspose la sua visione della supremazia delle lotte in fabbrica nelle attività del partito nella società, radicalizzandola nella teoria dell’autonomia della politica dalla produzione. Più giovane di Asor Rosa o di Tronti, intellettualmente il più ambizioso nel trio, Massimo Cacciari quindi completò quello che avevano iniziato, non solo separando la cultura e l’economia dalla politica rivoluzionaria, ma proponendo una dissociazione sistematica di tutte le sfere della vita moderna e di pensiero, separandoli come tanti campi tecnici, ognuno intraducibile negli altri. In comune c’era solo la loro crisi, altrettanto visibile nella fisica di fine secolo, l’economia neoclassica, l’epistemologia canonica, la politica liberale, per non parlare della divisione del lavoro, le operazioni di mercato e l’organizzazione dello Stato. Solo il “pensiero negativo” era stato in grado di cogliere la profondità di questa crisi -Schopenhauer, Nietzsche, Wittgenstein, Heidegger. Rifiutavano ciò a cui Hegel aveva aderito: la sintesi dialettica di qualsiasi tipo.

Il PCI, che aveva sempre tollerato le divergenze teoriche finché non minacciavano di disturbare la politica, accolse i sostenitori del pensiero negativo senza difficoltà - in quel momento non era più in grado di impegnarsi criticamente con idee così esotiche. Sensible al prestigio di cui sarebbero venuti a godere, a tempo debito ha assicurato loro onorificenze nella sfera politica di cui avevano sostenuto l’autonomia.Cacciari diventò un deputato del PCI, prima di continuare a fare carriera come sindaco di Venezia, dove ora si trova; Tronti e Asor Rosa sono stati poi nominati senatori. Inevitabilmente, il prezzo di questa integrazione in un partito che era caduto così rovinosamente sul terreno del potere che avevano scelto, fu la scomparsa dell’operaismo come modello coerente. Venti anni dopo, divenuto il PCI solo un ricordo,Asor Rosa avrebbe scritto un malinconico bilancio della sinistra italiana, alla quale lui e Tronti sono rimasti a loro modo fedeli, mentre Cacciari oggi è vanto del Partito democratico, che combina - come si addice ad un ammiratore di Wittgenstein - tecnicismo e misticismo in una politica altrimenti molto simile a quella del New Labour. L’eredità intellettuale del pensiero negativo era poco più di un arido culto di specializzazione e contemporanea depoliticizzazione, per coloro che sono venuti dopo.

Al crocevia della fine degli anni ‘60, Negri è andato nella direzione opposta, sostenendo non un patto per la modernità tra il capitale e il lavoro organizzato sotto l’egida del PCI, ma una spirale di conflitti tra la classe operaia e lo Stato, entrambi disorganizzati - o disoccupati -, tendenti verso la lotta armata e la guerra civile. Dopo la frantumazione dell’”autonomia”, di cui egli era stato il teorico, e dopo il suo arresto ad opera di un magistrato comunista per le accuse infondate di aver organizzato la morte di Moro, l’esilio in Francia produsse un flusso costante di pubblicazioni, la più rilevante delle quali è su Spinoza. Qui fu preparata la metamorfosi dell’operaio al di fuori delle fabbriche della fine del XX secolo, l’”Autonomia Operaia”, nella figura tipicamente settecentesca della “moltitudine” nel saggio “Impero”, scritto conMichael Hardt , apparso negli Stati Uniti ben prima che in Italia. Da quando ha raggiunto la fama, l’impatto internazionale di Negri è stato maggiore della sua influenza nazionale, sebbene esista un seguito di giovani. Lo stesso vale per GiorgioAgamben, un membro recente di questa galassia, che condivide molti punti di riferimento - Heidegger, Benjamin, Schmitt - con Cacciari, ma con un punto di flesso politico separato.

Messe a paragone, le somiglianze dell’operaismo con correnti del gauchisme che fiorì in Francia durante il decennio fra il 1965 e il 1975 sono stupefacenti - soprattutto per la mancanza di qualunque contatto diretto fra essi. Sembra che ci sia stata una concordanza oggettiva che ha portato i pensatori di “Socialisme ou barbarie” [N.d.T. in francese nel testo] lungo le stesse traiettorie dei pensatori di “Contropiano”, da un operaismo radicale a un soggettivismo anti-fondante- sebbene negli ultimi Negri o Agambet, con le loro citazioni a Deleuze o Foucault, le correnti italiana e francese si sono unite l’una all’altra. Il risultato contraddittorio delle due esperienze può essere spiegato per lo più dalle differenze nella situazione nazionale. In Francia, ilPCF non offriva allettamenti e la rivolta di maggio-giugno 1968 è stata tanto breve quanto spettacolare. In Italia, dove la ribellione popolare è durata molto di più, il comunismo era meno chiuso e i pensatori erano significativamente più giovani, l’ombra lunga dell’operaismo rimane maggiore anche se confinata ai margini.

Il recupero del fascismo a destra, la scomparsa dell’operaismo a sinistra, hanno riposizionato lo spazio del centro, in cui le versioni secolari e clericali del “juste milieu” sono coesistite secondo tradizione. Paradossalmente, il disfacimento della Democrazia Cristiana, che ha concluso il governo di un partito preponderantemente cattolico, anziché ridurre il ruolo della religione nella vita pubblica, lo ha ridistribuito più ampiamente che mai attraverso tutto lo spettro politico. Infatti gli elettori della DC non solo si sono divisi spesso in parti uguali tra il centro-destra e il centro-sinistra, ma si sono anche rivelati come il settore dell’elettorato più volitivo, diventando così un fattore decisivo sempre più gradito dai due blocchi in competizione.

Per conquistarli, gli ex capi del PCI, per non parlare degli ex-radicali, si sono superati l’un altro nel mostrare la loro personale sensibilità religiosa, la loro partecipazione alla messa fin dalla più tenera età, la loro vocazione spirituale ed altri requisiti di una politica post-laica. In effetti, ciò che la Chiesa ha perso abbandonando un partito di massa dalla rigorosa obbedienza, l’ha riguadagnato con la diffusione di una più pervasiva, e più discreta, influenza nella società nel suo complesso. Con tale influenza, la Chiesa è scesa a livelli di superstizione dimenticati da molti anni: il frutto dell’occupazione del trono pontificio da parte diWojtyla , periodo in cui sono state pronunciate più beatificazioni (798) e santificazioni (280) che nei cinque secoli precedenti messi insieme - il numero di miracoli necessari per la santificazione è stato dimezzato - e il bizzarro culto di Padre Pio - un cappuccino divinamente colpito da stigmate nel 1918, autore di ogni genere di gesta soprannaturali - giunse a tal punto che la stampa più autorevole è riuscita a discutere, in tutta serietà, sulla veridicità dei suoi trionfi al di sopra delle banali leggi scientifiche.

E’ plausibile che una cultura laica, arrivata a questo grado di compiacenza della fede, sia meno combattiva verso il potere. Sotto la Seconda Repubblica, il parere degli organi centrali della cultura scritta italiana ha raramente deviato dalle opinionineoliberali del periodo. La maggior parte della produzione scritta di questo periodo è indistinguibile da quella che si potrebbe rinvenire sui giornali in stile neo-tabloid in Spagna, Francia, Germania, Inghilterra o altrove. Nessun commentatore che si rispetti si è trattenuto dal richiedere riforme per curare i mali della società, per i quali il rimedio è sempre stato la necessità di una maggiore concorrenza nel settore dei servizi e dell’istruzione, maggiore libertà per il mercato della produzione e del consumo e uno Stato più rigoroso e razionale, con variazioni che modificano solo gli edulcoranti da offrire a coloro che ricevono i necessari aggiustamenti.

Questo genere di conformismo è stato così universale che sarebbe stato impensabile attendersi che gli editorialisti ed i giornalisti italiani mostrassero maggiore indipendenza di giudizio. L’atteggiamento della stampa nei confronti della legge è un’altra questione. Dopo aver cavalcato l’onda - a seguito dell’offensiva alla corruzione lanciata dai giudici - contro la classe politica della Prima Repubblica, la stampa si è invece dimostrata oltremodo condiscendente da quando Berlusconi si è affermato come pietra angolare del nuovo ordine, limitandosi per lo più a critiche pro forma, senza mai sfiorare la guerre à l’outrance [N.d.T. in francese nel testo] che davvero avrebbe potuto procurargli seri problemi fino a spazzarlo via dalla scena.

Per farlo, i suoi strali avrebbero dovuto essere rivolti non solo contro lo stesso Berlusconi, ma anche contro quei giudici che lo hanno regolarmente prosciolto, quelle leggi che hanno reso nulle tutte le accuse contro di lui, gli incarichi presidenziali che gli hanno garantito l’immunità, ed il centro-sinistra che ha fatto di lui un interlocutore accettabile e persino apprezzato. Nulla di tutto ciò avrebbe potuto essere più lontano dal tenore generale della stampa di questi anni, dove le denunce di malcostume sono regolarmente stemperate con timore reverenziale e servilismo. L’anomalia di questo stato di cose viene inoltre evidenziata dalle rare eccezioni ad esso. Tra queste, uno si distingue sopra tutti, il cronista Marco Travaglio, le cui implacabili denunce, non solo dei crimini di Berlusconi o Previti ma dell’intero sistema di connivenze che li protegge, non ultime quelle della stampa stessa, hanno pochi eguali nel mondo addomesticato del giornalismo europeo di questi anni. Come è facilmente intuibile, Travaglio, che vende centinaia di migliaia di copie dei suoi libri, è un personaggio della destra liberale, che esprime se stesso con una ferocia ed una libertà di espressione, del tutto sconosciuti alla sinistra.[†]

In Europa - questo non succede, almeno non nello stesso modo, in America - il mondo dei media di regola riflette, più di quanto non crei, le condizioni di una cultura, la cui qualità in ultima analisi dipende molto di più dallo stato delle sue università. In Italia, notoriamente, queste ultime sono rimaste arretrate e mancano di finanziamenti, molte facoltà soffrono a causa dell’intricata burocrazia e dei domini baronali. Ne è risultata una costante emorragia delle migliori menti del paese verso impieghi all’estero. Praticamente ogni disciplina è stata colpita, come mostra la lista dei principali studiosi stabiliti o residenti per lunghi periodi di lavoro negli Stati Uniti: Luca Cavalli-Sforza nella genetica, GiovanniSartori nelle scienze politiche, Franco Modigliani nell’economia, Carlo Ginzburg nella storia, Giovanni Arrighi nella sociologia, Franco Moretti nella letteratura, e molti altri nomi di giovani che si potrebbero aggiungere ad essi. Non si tratta di un diaspora in senso stretto, dal momento che quasi tutti hanno mantenuto i loro legami con l’Italia e che molti partecipano ancora in un modo o nell’altro alla sua vita intellettuale, tuttavia la loro assenza ha ovviamente indebolito la cultura dalla quale provengono.

Se un prezzo tale dovrà essere pagato in seguito alle circostanze degli anni recenti resta da vedere. Alla luce di tutto ciò, le possibilità restano scarse. Ma sarebbe un errore sottovalutare la consistenza delle riserve alle quali il paese può attingere. Basta un’occhiata alla Spagna, la cui modernizzazione è spesso portata ad esempio dall’autocritica di certi italiani come un modello di ciò che per loro è un’occasione mancata, per ricordare queste risorse. Anche se la sua crescita economica è stata superiore, i sistemi di trasporto più veloci, le istituzioni politiche più efficaci, la criminalità organizzata meno diffusa e lo sviluppo locale più costante - tutti miglioramenti reali a paragone con l’Italia - la Spagna resta al confronto una cultura provinciale, con una vita intellettuale molto più impalpabile e trascinata, la cui relativa arretratezza è sottolineata dalla modernità che la circonda. Nonostante un paese in sfacelo, il contributo italiano alla letteratura contemporanea è ditutt’altra portata.

Nessun paese in Europa in effetti ha prodotto di recente un monumento di conoscenza globale simile ai cinque volumi sulla storia internazionale e la morfologia del romanzo editi da Moretti e pubblicati da Einaudi; un’impresa di una grandezza tipicamente italiana, delle cui dimensioni un lettore anglofono può solo avere un’idea parziale nella versione ridotta stampata da Princeton, che è parsimoniosa in spirito e affinità. Né è difficile trovare degli esempi di una continua capacità italiana di mettere in discussione all’estero i dogmi ricevuti (in patria). Un esempio di ciò è costituito dal libro “Il filo e le tracce” di CarloGinzburg, per non parlare del suo saggio con la ricostruzione di Dumézil , un’opera mai tentata dagli storici francesi; un altro è il recente libro sulla democrazia dell’emerito classicista Luciano Canfora, libro che è stato censurato dal suo furioso editore in Germania. Un terzo esempio è la demolizione della “giustizia internazionale” da parte dello scienziato politicoDanilo Zolo. Queste tradizioni non muoiono facilmente.

E cosa si può dire dell’opposizione politica, al di là dell’attuale sistema multipartitico? Dalla metà degli anni ‘60 in poi, il comunismo italiano ebbe un’altra corrente, non ufficiale né operaista, che rimase più autenticamente gramsciana di qualunque altra cosa potesse essere offerta o persino tollerata dai dirigenti. Espulso nel 1969, il gruppo del Manifesto centrato intorno a Lucio Magri, RossanaRossanda e Luciana Castellina , andò avanti con la creazione del giornale che porta lo stesso nome ancora oggi, l’unico quotidiano veramente radicale in Europa. Negli anni, proprio questa corrente ha prodotto l’analisi strategica di gran lunga più coerente e incisiva dei problemi che la sinistra e il Paese intero si trovano ad affrontare; una eredità diHegel, non a caso, che fornisce degli strumenti più adeguati rispetto alla seduzione esercitata da Heidegge . Oggi il suo insegnamento sta nel suo equilibrio, con i suoi tre protagonisti principali che scrivono memorie della loro esperienza, ciascuna delle quali sarà estremamente significativa. Il primo libro ad apparire, l’elegante e chiaro “Ragazza del secolo scorso” dellaRossanda, è stato un bestseller nazionale.

Eppure nel 2005 il loro giornale fu chiuso e al momento, con la crisi finanziaria in corso, il quotidiano è a rischio di scomparire. Micromega, la spessa rivista bimestrale edita dal filosofo Paolo Flores D’Arcais, non corre lo stesso rischio, visto che fa parte dell’impero editoriale le cui pubblicazioni di punta sono il quotidiano romano “La Repubblica” e la rivista settimanale “L’espresso”. Durante la Seconda Repubblica, Flores ha fatto sì che il suo giornale diventasse l’organizzatore del più incondizionato ed efficace fronte dell’opposizione a Berlusconi in Italia, con un ruolo politico unico in Europa per una pubblicazione intellettuale di questo tipo. Un anno dopo la vittoria del centro-destra nel 2001, proprio da qui fu lanciata un’ondata impressionante di proteste contro Berlusconi, al di fuori e contro la passività del centro-sinistra.

In tutto questo altre due figure hanno avuto un ruolo centrale. Uno è stato Nanni Moretti, il più popolare regista e attore italiano, il cui cinema per più di un decennio aveva riportato in modo critico anche se spesso ammiccante, le fasi della dissoluzione del PCI e della sua rovina. L’altro personaggio centrale è stato lo storicoPaul Ginsborg , autore delle due più autorevoli storie dell’Italia del dopoguerra, un inglese che insegna a Firenze, distintosi non solo come studioso ma ora anche come cittadino del suo paese adottivo. Nel secondo dei suoi libri di storia, che abbraccia il periodo dal 1980 al 1996, e che è stato pubblicato in inglese con il titolo “Italy and its Discontents” [N.d.T. "l'Italia e i suoi malcontenti"] (e che in questa edizione arriva fino al 2001), Ginsborg propone l’ipotesi che, nonostante tutto l’egoismo e l’avidità dello del ceto yuppy, cioè i “ceti rampanti” [N.d.T. in italiano nel testo] che hanno prosperato nel periodo di Craxi, esisteva accanto a questo, nel ceto medio italiano, un gruppo di professionisti più seri, con un elevato senso civico e degli impiegati pubblici (ceti medi riflessivi) che erano capaci di azioni altruistiche e costituivano una fonte potenziale di rinnovamento per la democrazia italiana. Questa idea fu vista con un certo scetticismo quando egli la sviluppò. Tuttavia nel 2002 si rivelò corretta. Infatti era proprio lo strato sociale che egli aveva identificato a fornire il gran numero di persone negli scioperi contro Berlusconi di quell’anno.

Eppure proprio in questo sta la loro limitazione. Le modalità specifiche che essi scelsero - i dimostranti si tenevano per mano in cerchio girando intorno agli edifici pubblici - furono rapidamente nominate “girotondi” dalla stampa. Con l’intento di rappresentare lo spirito pacifico e protettivo del movimento, il vero risultato fu quello di attribuirgli l’aria di un gioco da bambini. I partiti del centro-sinistra non fecero molto per nascondere la loro ostilità, non solo perché detestavano essere associati con quel movimento, ma anche per timore di una competizione politica. I “girotondini” non risposero con altrettanta ostilità. Decisi ad evitare azioni tumultuose simili a quelle del G7 di Genova e vagamente speranzosi di allearsi con i capi dei sindacati legati al centro-sinistra, il movimento si frenò dall’intensificare l’offensiva contro il governo, lasciò soli i suoi complici all’opposizione e, danneggiato infine dalla sua immagine da “bravo ragazzo”, nonpotè più provvedere a se stesso.

Quando “Micromega” coraggiosamente, e facendo infuriare Veltroni, fece un altro appello per uno sciopero di massa a piazza Navona la scorsa estate contro il ritorno di Berlusconi al potere, le intrinseche contraddizioni dei “girotondini” vennero a galla, con Moretti e metà della base che si dissociarono dagli attivisti più radicali, i quali questa volta non risparmiarono Napolitano, il PD o Rifondazione Comunista. Proprio come le impenetrabili circonlocuzioni verbali degli ultimi giorni della Prima Repubblica produssero come reazione le calcolate volgarità della Lega Nord, così, in questa occasione, la ricercatezza di gran parte della retorica dei “girotondi”, più propensi alla supplica che all’attacco, produsse il suo opposto: una fiammeggiante volgarità di immagini e linguaggi (le avventure galanti di Berlusconi furono un invito a nozze in proposito) da parte di attori comici famosi per la loro ostilità verso la classe politica, con vivo imbarazzo di chi in piazza si era comportato meglio, apparentemente tralasciando la maggioranza dello stesso elettorato di centro-sinistra, a giudicare dai sondaggi di opinione.

Politicamente parlando, l’episodio può essere considerato una versione in miniatura della polarizzazione degli anni ‘70, quando gli apprensivi atti conciliatori provenienti dall’alto provocavano invece esplosioni di rabbia dal basso.

In autunno queste tensioni si sono dissolte nella fiumana di proteste studentesche contro i tagli ai fondi dell’istruzione e la compressione del sistema scolastico, voluti dal centro-destra, e nella mobilizzazione -più limitata - dei sindacati contro la risposta economica del governo alla recessione globale. Le concessioni conquistate hanno minore importanza della portata di questi stessi movimenti. Tuttavia uno schema di ritiro tattico da parte di Berlusconi e l’aumento temporaneo della rabbia popolare contro di lui non è cosa nuova. Come ciò possa evolvere con il peggioramento delle condizioni economiche rimane da vedere. Con la scomparsa dei pericolosi strumenti del falegname e del contadino, la sinistra italiana ha adottato un dopo l’altro simboli dal regno vegetale o dall’etere: la rosa, la quercia, l’olivo, la margherita e l’arcobaleno. Senza un po’ di metallurgia, tuttavia, non sembra probabile che riuscirà ad andare lontano.

Note

* Il termine operaismo in italiano non ha la connotazione negativa che ha in inglese, workerism, o in francese, ouvriérisme.

¤ N.d.T. Con questo termine, che significa letteralmente lite fra gli storici, si definisce l’ampio e vivace dibattito svoltosi nel 1986-1987 nella Germania federale, avente per oggetto le diverse valutazioni del nazionalsocialismo e il significato che esso ha assunto per i tedeschi d’oggi.

† L’odore dei soldi, di Marco Travaglio ed Elio Veltri (Editori Riuniti, 2001); La scomparsa dei fatti (Il Saggiatore, 2006); Mani sporche, di Marco Travaglio, Gianni Barbacetto and Peter Gomez (Chiarelettere, 2007); Il bavaglio, di Marco Travaglio, Peter Gomez and Marco Lillo (Chiarelettere, 2008).




permalink | inviato da Aux il 3/4/2009 alle 12:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
31 marzo 2009
Berlusconi riesce sempre a cavarsela
 
Pubblicato sabato 28 marzo 2009 in Olanda

[de Volkskrant]

Sorprendente come i cittadini e i media accettino in massa le sue bugie

Da corrispondente in Italia mi sento spesso come Keanu Reeves nel film The Matrix, o Jim Carrey nel Truman Show. È una sensazione spaventosa: vivere e lavorare in una democrazia dell’Europa Occidentale che fu tra i fondatori dell’Unione Europea e fa parte di prominenti forum internazionali come il G8, e ciò nonostante sentirsi come i personaggi che lottano in angosciosi film su illusione e realtà.

Ma l’Italia di Silvio Berlusconi ne dà tutto il motivo. Quindici anni dopo l’ingresso di Berlusconi nella politica italiana, il paese si allontana sempre piú dai valori democratici essenziali.

Neo (Reeves) e Truman Burbank (Carrey) in The Matrix e The Truman Show si rendono conto che il loro intero ambiente vive secondo la sceneggiatura di un regista onnipotente. Però non vedono la loro sorpresa e preoccupazione al riguardo riflessa in alcun modo nella reazione delle persone che li circondano; tutti si comportano esattamente come se non succedesse niente di strano, o semplicemente non se ne rendono conto. Chi cerca di seguire e di capire la politica e la società in Italia inevitabilmente avrà la stessa esperienza.

Corrotto

Il raffronto si è imposto all’attenzione molto chiaramente il mese scorso. Nel pomeriggio di martedì 17 febbraio è apparsa sui siti dei principali giornali italiani una notizia dal titolo: ‘David Mills è stato corrotto’: condannato a 4 anni e sei mesi.

Riguardava una notizia esplosiva: il tribunale di Milano aveva riconosciuto l’avvocato britannico David Mills colpevole di corruzione per aver accettato 600 mila dollari da Silvio Berlusconi negli anni novanta, in cambio di rendere falsa testimonianza in due processi per corruzione istituiti contro l’imprenditore-politico. La sentenza contro Mills era altamente incriminante anche per il premier italiano dell’Italia, perchè se c’è un corrotto ci deve essere anche un corruttore.

Cose strane

Ma in Italia sono successe un paio di cose strane con questa notizia. Per iniziare diversi giornali hanno scritto la sentenza tra virgolette, come se si trattasse non di un fatto giuridico ma semplicemente di un’opinione personale da poter contestare con facilità. Ciò infatti è immediatamente successo.

Nel sito web del Corriere della Sera, un giornale di riguardo in Italia, vari lettori hanno messo in dubbio la sentenza del tribunale milanese. “Perchè questa sentenza arriva giusto 24 ore dopo le elezioni in Sardegna?” si chiede uno di loro. Il partito di Berlusconi, Popolo delle della Libertà (PdL), aveva vinto quelle elezioni regionali con una schiacciante maggioranza; l’isola italiana è tornata dopo lungo tempo in mano della destra, cosa che ha provocato una grande euforia negli ambienti del PdL.

I giudici hanno deliberatamente cercato di rovinare la festa con la loro sentenza, riteneva il lettore sopracitato.

Un altro ha fatto un ulteriore passo in avanti. Quella “ennesima sentenza fatta per rovinare la festa”, avverte i giudici, “servirà solo a rafforzare il nostro premier e la sua coalizione, quindi soprattutto continuate così e sparirete automaticamente, ciao ciao”.

Di per se queste reazioni si potevano archiviare come rigurgiti emotivi di accaniti sostenitori di Berlusconi. Ma stranamente i media italiani gli hanno dato del tutto ragione. Mentre la notizia veniva esaminata a fondo su emittenti straniere come la CNN e la BBC, l’interessante notizia é stata data di striscio dai telegiornali italiani.

Su RaiUno e RaiDue l’argomento è stato incastrato a stento in un minuto verso la fine dell’edizione serale. Su due delle tre reti commerciali di Berlusconi la sentenza è stata completamente ignorata.

Sentenza

E sul canale che ha sì riferito la sentenza, il cronista ha ancora definito l’accertato episodio di corruzione un “supposto pagamento” fatto dalla ditta Fininvest di Berlusconi, e ha chiuso il suo mini servizio con una lunga citazione di un parlamentare del partito di Berlusconi, il quale diceva che il presidente del tribunale di Milano “è chiaramente antagonista della persona di Silvio Berlusconi dal punto di vista politico”.

Come può succedere tutto ciò? Come si può negare e deformare così facilmente e massivamente la realtà? Da anni la stampa internazionale addita il gigantesco conflitto di interessi del premier.

Tutti conoscono Silvio Berlusconi come il grande uomo dietro più di settanta aziende, raggruppate in mega holdings come la Mondadori (la principale casa editrice di giornali, libri e riviste in Italia), Mediaset (la più grande holding televisiva del paese), Mediolanum (servizi finanziari) e la squadra di calcio AC Milan.

Groviglio di interessi

Berlusconi controlla buona parte dei media italiani e viene perciò chiamato da molti giornali stranieri ‘imprenditore-politico’ o ‘premier-magnate dei media’. Ciononostante questi termini dicono troppo poco sul modo in cui questo groviglio d’interessi influisce sulla società italiana.

In generale Berlusconi viene considerato l’uomo dalla parlantina facile e dal sorriso scolpito, il marpione rifatto con il brevetto sulle battute imbarazzanti (come quella su Barack Obama, che definì “giovane, bello e anche abbronzato”‘ un paio d’ore dopo l’elezione di quest’ultimo a presidente degli Stati Uniti). Come premier dell’Italia è perciò agli occhi di molti un buffone da non prendere troppo seriamente. Ma queste qualità da birbantello nascondono alla vista il suo illimitato potere e influenza che intaccano persino il DNA dell’Italia - e purtroppo non in senso positivo.

Le sue emittenti commerciali, il suo settimanale d’opinione “Panorama”, il quotidiano “Il Giornale” (del fratello Paolo) e una lunga lista di giornali di famiglia, si schierano quotidianamente con il loro padrone senza vergogna. Questo servilismo raggiunge forme così elevate che il giornalista televisivo nonchè capo-redattore dell’emittente Rete4 può emozionarsi in diretta leggendo la notizia della vittoria elettorale di Berlusconi.

Per la maggioranza degli italiani la televisione è la principale fonte di informazione, ed è quasi completamente sotto il controllo di fedelissimi di Berlusconi.

Modi sgarbati

Allo stesso tempo i membri dell’opposizione vengono buttati a terra in modo insolitamente sgarbato. Il più combattivo oppositore di Berlusconi, Antonio Di Pietro, da tempo viene chiamato ‘il boia’, o ‘il trebbiatore’ nel corso delle varie rubriche di attualità, che continuano a far vedere le sue foto meno lusinghiere, che immortalano il corpulento Di Pietro sul trattore, in pantaloncini corti.

Questo bizzarro approccio ‘giornalistico’ non scaturisce da una specie di naturale lealta’ dei dipendenti, ma da precisi ordini di servizio. Il giornalista italo-americano Alexander Stille cita nella sua biografia di Berlusconi “Il sacco di Roma” (tradotta in olandese come “Silvio Berlusconi/De inname van Rome), un ex vice-caporedattore de “Il Giornale”, che spaziava su come Berlusconi dava ordini alla redazione negli anni novanta: “Dobbiamo cantare in armonia sui temi importanti per noi (…) Voi, caporedattori, dovete capire che dobbiamo iniziare un’offensiva mirata con tutti i nostri mezzi contro chiunque ci spari addosso. Se quelli che ci attaccano ingiustamente vengono puniti usando tutti i diversi media del nostro gruppo, l’aggressione finisce”.

RAI

Nel ruolo di premier, Silvio Berlusconi esige più o meno la stessa apatia dagli impiegati statali, soprattutto all’interno dell’emittente statale RAI. Durante il conflitto in Irak, che aveva l’appoggio del precedente governo Berlusconi, i giornalisti della RAI non potevano definire gli oppositori della guerra “dimostranti per la pace” o “pacifisti”, ma dovevano chiamarli “insubordinati”.

‘Sei un dipendente dello stato!’ gridò Berlusconi contro il critico giornalista televisivo Michele Santoro un paio d’anni fa durante una trasmissione televisiva, riportandolo all’ordine. Santoro voleva togliere la parola a Berlusconi, che era in linea telefonicamente, perchè questi rifiutava di rispondere alle domande del giornalista, e voleva solo criticare il modo di lavorare di Santoro.

Criminoso

Durante una conferenza stampa in Bulgaria Berlusconi accusò Santoro e due altri giornalisti di aver fatto un ‘uso criminoso della televisione pubblica’. I tre avevano osato fare una trasmissione critica sul premier. In quello che da allora è diventato famoso come ‘l’editto bulgaro’, il premier esigeva che la direzione dell’emittente ‘non permettesse più che accadessero certe cose’. Qualche mese dopo i tre erano spariti dallo schermo.

L’Italia come paese democratico sta molto peggio di quanto molti credano. Ciò dimostrano le misure per la limitazione della libertà che questo governo sta prendendo o preparando (come la prigione per i giornalisti che pubblicano le intercettazioni telefoniche degli indiziati; pressione politica su medici e insegnanti per denunciare gli immigranti illegali alla polizia; limitazione dell’indipendenaza del potere giudiziario).

Ma lo stato preoccupante delle cose si rivela soprattutto nel modo apatico in cui stampa e pubblico ultimamente reagiscono a questo genere di piani. L’Italia si abbandona sempre di più alla realtà altamente colorata con cui viene abbindolata dall’apparato di potere di Berlusconi.

Duramente

Certo, giornali e riviste di opinione come La Repubblica, l’Unità e l’Espresso continuano ad andare duramente contro il premier quando è necessario. Ma sono predicatori nel deserto: i due principali giornali italiani hanno insieme una tiratura di solo 1,3 milioni, su una popolazione di quasi 60 milioni.

La televisione è per la stragrande maggioranza degli italiani la fonte di informazione principale, e ora è quasi tutta sotto monitoraggio di gente fidata di Berlusconi.

Inoltre, anche i giornali al di fuori dell’impero di Berlusconi sentono il suo braccio forte. Come il giornale torinese La Stampa, proprietà della Fiat. ‘Vista la situazione in cui versa la Fiat, La Stampa non si trova nella posizione di esprimere critiche nei confronti di Berlusconi, e ciò è altrettanto valido per numerosi altri giornali’, cosí il caporedattore Giulio Anselmi a Stille nel Sacco di Roma. ‘Oltre ai giornali che possiede, c’é tutto un cerchio concentrico di giornali che dipendono direttamente o indirettamente da lui’.

Il guastafeste

Il leader dell’opposizione Antonio Di Pietro racconta nel suo libro Il guastafeste [in italiano con traduzione nel testo, ndt], come sia stato apostrofato “assassino’ da due ragazzi, mentre passeggiava in Piazza Duomo a Milano.

Un tempo Di Pietro era l’eroe del paese per milioni di italiani, nella sua funzione di pubblico ministero dell’ampia operazione anti-corruzione Mani Pulite, che spazzò via un’intera generazione di politici e imprenditori imbroglioni all’inizio degli anni novanta. ‘Questo incidente’, dice Di Pietro a proposito dell’accaduto a Piazza Duomo a Milano, ‘dimostra che quei ragazzi a casa sono bombardati con falsa informazione dalla televisione’.

Dopo un decennio e mezzo, questo moderno indottrinamento sta dando così tanti frutti che Berlusconi osa negare persino le più incontestabili verità.

Proteste

Per esempio, l’anno scorso durante la massale protesta studentesca contro i tagli pianificati nell’istruzione. Gli studenti avevano occupato facoltà di diverse università, con grande irritazione di Berlusconi. ‘Oggi darò al Ministro degli Interni istruzioni dettagliate su come intervenire usando le unità mobili’, disse il premier nel corso di una conferenza stampa.

Quando l’opposizione gridò allo scandalo, Berlusconi il giorno dopo disse bellamente di non aver mai minacciato con le unità mobili. Ancora una volta era stato erroneamente citato dai giornalisti. Però tutti avevano potuto vedere e sentire che il premier l’aveva veramente detto; i suoi commenti erano stati trasmessi da radio e tv.

Nonostante quella prova schiacciante Berlusconi si ostinò sulla sua posizione. E con successo. Giacchè cosa dissero la sera i telegiornali? ‘Il premier dice di essere stato citato erroneamente’.

Democrazia

In una democrazia sana i giornalisti in servizio avrebbero come minimo fatto velocemente rivedere le immagini della conferenza stampa in questione, così da permettere ai telespettatori di concludere da sè se il premier fosse rimbecillito o no. Ma no. ‘Eventualmente, potrete rivedere la nostra trasmissione di ieri su internet’, ha sussurrato il redattore politico di RaiUno alla fine del servizio.

Considerando la situazione alla Matrix in cui versa l’Italia, il suo commento suonava quasi come un eroico atto di resistenza.

Eric Arends è il corrispondente del Volkskrant a Roma




permalink | inviato da Aux il 31/3/2009 alle 13:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
31 marzo 2009
Congresso Pdl : The Guardian: “E’ un giorno di vergogna per l’Italia”
 
The Guardian, 30 marzo 2009

L’obiettivo centrale di Silvio Berlusconi, il Primo Ministro italiano, era da tempo chiaramente e spudoratamente evidente. Fin da quando ha mosso i suoi primi grandi passi nel vuoto politico creatosi nel 1993 dai simultanei scandali di corruzione del governo da un lato, e il collasso del comunismo italiano dall’altro, il signor Berlusconi ha usato la sua carriera politica e il suo potere per proteggere se stesso e il suo impero mediatico dalla legge. Durante il più lungo dei suoi tre periodi come Primo Ministro, il signor Berlusconi non solo ha consolidato la sua già salda presa sul settore italiano dei media - ora ne possiede circa la metà - ma nella passata legislatura si è anche concesso l’immunità dai suoi procedimenti giudiziari. Poi, quando tale legge è stata dichiarata incostituzionale, lo scorso anno il neo rieletto Presidente Berlusconi l’ha portata in una nuova veste ed è con successo diventata legge.

Il signor Berlusconi deve il suo successo alla sua audacia e in modo rilevante anche alla profonda debolezza dei suoi oppositori. La sinistra italiana, in particolare, non è riuscita a dare vita a un’efficace opposizione. Ancora, l’ultimo atto di Berlusconi - la fusione nel suo nuovo blocco del Popolo delle Libertà, completato ieri, della sua Forza Italia con Alleanza Nazionale, che deriva direttamente dalla tradizione fascista di Benito Mussolini - può lasciare un segno più duraturo di quello lasciato da qualunque altro magnate populista, sulla vita pubblica italiana.

A differenza della Germania postbellica, l’Italia del secondo dopoguerra non si è adeguatamente confrontata con la sua eredità fascista. Come risultato, mentre i neofascisti in Germania non sono mai seriamente riemersi, in Italia vi sono state importanti continuità - ereditate da Mussolini - tra cui leggi e dirigenti e la rinascita postbellica del partito fascista sotto un altro nome a dispetto di una cultura pubblica italiana ufficialmente antifascista. Queste continuità sono appena diventate più forti.

E’ un giorno di vergogna per l’Italia.
D’altro canto, AN ha percorso una lunga strada in questi ultimi 60 anni. Il suo leader Gianfranco Fini, ha rigettato i costumi della vecchia politica e ha portato il suo partito verso il centro. Ha lavorato per più di 15 anni per l’alleanza del signor Berlusconi, parla della necessità di un dialogo con l’Islam, biasima l’antisemitismo e auspica un’Italia multietnica - posizioni che il signor Berlusconi, con le sue campagne anti-zingari, anti-immigrati e la sua predilezione per un razzismo “soft”, dovrebbe sforzarsi per avvicinare.

Nonostante le sue lontante origini liberali, l’Italia è storicamente un paese di destra. Ancora, è molto scioccante pensare che ci sarà un capo di governo tra i 20 leader del mondo a Londra per il vertice economico di questa settimana, che ha ricostruito la sua base politica sulle fondamenta gettate dai fascisti e il quale sostiene che come risultato la destra probabilmente rimarrà al potere per generazioni.



permalink | inviato da Aux il 31/3/2009 alle 13:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
23 marzo 2009
L’impossibile dualismo tra polizia e pubblico ministero. La spaventosa riforma Alfano.

di Vittorio Grevi
(Professore Universitario e Avvocato)


dal Corriere della Sera del 22 marzo 2009


Tra le varie proposte contenute nel progetto di riforma della giustizia penale varato all’inizio di
febbraio a firma del ministro Alfano, sta facendo molto discutere quella volta a ridisegnare i rapporti tra pubblico ministero e polizia giudiziaria nell’ambito delle indagini preliminari.

Una proposta non solo deludente sotto il profilo delle esigenze di efficienza del processo penale, ma soprattutto preoccupante di fronte ai pericoli che potranno discenderne circa lo svolgimento delle medesime indagini e, quindi, circa lo stesso concreto esercizio dell’azione penale, doverosamente spettante al pm.

La realtà è che la proposta emergente dal progetto Alfano altera in modo profondo la disciplina dei rapporti tra pm e polizia giudiziaria accolta nell’attuale codice di procedura penale: disciplina ispirata (in coerenza con la previsione costituzionale per cui «l’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria») all’idea della responsabilità e, dunque, della preminenza del pubblico ministero nella conduzione delle indagini, con il corollario di un rigido vincolo di dipendenza funzionale degli organi di polizia dallo stesso pm.

Se oggi, infatti, questi ultimi organi si vedono bensì riconosciuti propri poteri investigativi, in ordine alla notizia di reato, ma sempre di regola sulla base di uno stretto collegamento con il pm, titolare delle indagini (al quale hanno obbligo di riferire entro tempi stretti o, comunque, «senza ritardo»), al contrario nel sistema che si vorrebbe introdurre un tale collegamento funzionale si attenuerebbe di molto, lasciando spazi assai più ampi all’autonoma iniziativa della polizia giudiziaria, con conseguente indebolimento del ruolo del pm.

Al punto che, per esempio, riguardo ad un cospicuo numero di reati di media gravità (quelli per i quali è prevista la citazione diretta a giudizio) la polizia potrebbe svolgere tutte le indagini di sua iniziativa per un periodo di sei mesi, e solo entro tale termine dovrebbe riferirne per iscritto al pm.

In proposito, la finalità esplicitamente dichiarata dal ministro Alfano è quella di distinguere più nettamente i compiti della polizia giudiziaria dai compiti del pubblico ministero, allo scopo di creare i presupposti di una «maggiore concorrenza» e di un «controllo reciproco».

Parole sconcertanti, che sembrerebbero quasi voler configurare una sorta di dualismo tra le due diverse strutture inquirenti, e che, in ogni caso, si pongono agli antipodi della scelta di garanzia (radicata nella Costituzione, e fatta propria dall’odierno codice, a differenza del Codice Rocco del 1930) secondo cui la polizia giudiziaria deve agire nel quadro di un rapporto di dipendenza funzionale dall’autorità giudiziaria.

Non c’è dubbio, poi, che la più evidente estrinsecazione di una tale finalità si realizzi nella proposta che vorrebbe riservare in via esclusiva alla polizia giudiziaria il dovere di ricercare le notizie di reato, sottraendo così al pm il corrispondente potere di iniziativa (ivi compreso, a quanto pare, il potere di ordinare agli organi di polizia di ricercare essi le notizie di reato in una certa direzione).

A conforto di simili proposte il ministro Alfano ha sostenuto che l’esigenza di una «più chiara distinzione di ruoli tra polizia giudiziaria e pubblico ministero» sarebbe «largamente avvertita tra gli studiosi della materia».

Senonché, sul punto, una netta smentita è giunta nei giorni scorsi da un documento approvato alla unanimità dalla Associazione tra gli studiosi del processo penale (presidente Ennio Amodio, vicepresidenti Angelo Giarda e Giulio illuminati), dove si esprimono «molte perplessità e preoccupazioni» di fronte alla preannunciata «elisione del vincolo funzionale tra rappresentante dell’accusa e polizia giudiziaria, anche sotto il profilo della legittimità costituzionale».

E dove, anzi, si deplora che un tale orientamento «ribalta completamente la prospettiva recepita dal codice vigente, ponendo numerosi interrogativi anche sul piano della efficienza del lavoro investigativo», non foss’altro perché «affida ad un organo dipendente dall’esecutivo l’iniziativa investigativa e le consequenziali scelte di indirizzo».

Non si poteva forse dire di meglio per evidenziare i rischi di stravolgimento così derivanti rispetto al principio di garanzia cui oggi sono ispirati i rapporti tra pm e polizia giudiziaria nella fase delle indagini.

Ma c’è di più, poiché un simile ridimensionamento della figura del pm, quale titolare delle indagini, al punto da impedirgli di ricercare le notizie di reato, subordinandolo in ciò all’iniziativa degli organi di polizia (peraltro dipendenti in via gerarchica dall’autorità governativa, con tutti i possibili condizionamenti che è facile immaginare), non potrebbe non incidere sulla effettività dell’adempimento, da parte dello stesso pm, dell’obbligo costituzionale di «esercitare l’azione penale».




permalink | inviato da Aux il 23/3/2009 alle 20:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
15 febbraio 2009
Sempre piu’ a fondo

 Pubblicato sabato 14 febbraio 2009 in Germania

[Süddeutsche Zeitung]

La situazione della nazione e’ disastrosa, la politica e’ corrotta, l’economia e’ agli sgoccioli. E l’unico che avrebbe il potere di fare qualcosa al riguardo è il capo del governo. Ma a lui interessa solo la sua ricchezza. Italia, che cosa sei diventata?

Alcuni politici sono segnati per tutta la loro vita per un’unica stupida battuta. Con Silvio Berlusconi e’ invece difficile anche tenersi a mente i suoi più recenti deragliamenti linguistici. A proposito del centro di prima accoglienza per profughi sull’isola di Lampedusa e sulle indegne condizioni di vita in esso, ha detto recentemente che “non e’ un campo di concentramento” e che gli immigrati presenti “possono sempre andarsi a bere una birra”. In materia di stupro, ha detto che in linea di principio non e’ possibile evitarli in Italia “perché le nostre donne sono troppo belle”. E dopo le elezioni presidenziali americane, definì Barack Obama “abbronzato”.

Queste sono le parole di un magnate dell’industria abituato ad essere circondato da subalterni e lecchini che automaticamente ridono per ogni stupido scherzo. Un uomo che ha un tale potere da non far più distinzione tra comportamento pubblico e privato, che si comporta in tutto il mondo come se fosse a casa sua dove anche una barzelletta priva di tatto causerebbe
sicuramente delle risate. E Berlusconi è anche abituato al poco critico panorama mediale italiano che lo sorprende quando la stampa internazionale non gli riserva lo stesso approccio di sottomissione.

Si tratta di uno dei più strani e insoliti fenomeni politici dei nostri giorni: da 14 anni, l’Italia è stata quasi ininterrottamente governata da un capriccioso miliardario con 17 procedimenti penali sulle spalle e che nonostante cio’ ha ancora il supporto di una grande maggioranza degli italiani. Berlusconi all’estero può apparire come un pagliaccio, tuttavia la sua popolarità nel suo paese e’ superata solo dal suo narcisismo.

Pertanto, Berlusconi ha potuto vincere svariate elezioni sin dalla sua prima apparizione sulla scena politica nel 1993, nonostante nello stesso periodo l’Italia sia stata protagonista di un drammatico declino: Da una delle più grandi storie di successo europeo è diventata una delle economie più deboli nel continente.

Il fatto che l’Italia non solo accetti Berlusconi e le sue sciocchezze, ma le condivida pure, è un sintomo di un paese in profonda crisi con una travagliata economia stagnante. Un paese paralizzato e profondamente frustrato, nelle mani di pochi gruppi di interesse, e in una situazione per cui non e’ né in grado né disposto a cambiare qualcosa. Un paese dove la popolazione e’ fondamentalmente disgustata dalla classe politica e per questo vota un uomo che per lo meno non nasconde di voler fare innanzitutto i propri interessi.

Nel 2006 Berlusconi era ancora visto anche in Italia come il problema più grande dell’Italia. I suoi innumerevoli affari e il conflitto di interessi come uomo più ricco d’Italia, primo grande proprietario di un impero mediatico, famoso indagato contemporaneamente Primo Ministro, hanno ridotto il paese allo stallo e causato una crescita economica quasi pari a zero.

Molti elettori pensavano che, una volta liberatisi di Berlusconi, il paese si sarebbe di nuovo ripreso. Ma il governo di Romano Prodi, supportato da una fragile coalizione di nove partiti con una piccola maggioranza di un solo voto al Senato italiano, non ha saputo fare molto meglio. Quando ha cercato di introdurre alcune riforme del mercato, gli stessi comunisti al governo si opposero. Per quanto riguarda altre proposte di legge, come ad esempio il riconoscimento delle unioni omosessuali, l’ammutinamento venne da un’altra parte della coalizione: dal gruppo dei cattolici nel governo.

Una delle poche leggi che passarono fu un’amnistia generale per i criminali per la quale Berlusconi insistette molto e che fu articolata in modo da salvare il suo avvocato Cesare Previti da una pena detentiva per corruzione di un giudice. Un po’ più tardi la popolazione italiana si adiro’ per i 26.000 criminali rilasciati, molti dei quali tornarono rapidamente a compiere furti, stupri e omicidi. Ma tra questi c’erano anche una folla di criminali per reati economici, tra cui Previti, che poterono cosi’ ritornare ai loro domicili e godersi le comodita’ illegalmente acquisite.

Sotto Prodi, l’economia ha proseguito la sua discesa e nel 2006 e nel 2007 sono da segnalare altri due anni di crescita zero. Nello stesso periodo, vanno accumulandosi mucchi di spazzatura e rifiuti tossici a Napoli e dintorni. E nonostante questi problemi i partiti della coalizione di centro-sinistra continuarono a litigare in pubblico. Gli elettori non hanno quindi riscontrato praticamente alcuna differenza tra destra e sinistra e hanno cominciato a considerare la politica nella sua interezza come una casta che si occupa soprattutto della sua auto-conservazione e si distribuisce privilegi straordinari e eccessive prebende.

E Berlusconi era uno di loro, agli elettori cio’ ando’ bene e non diedero molta importanza ad un altro scandalo di Berlusconi alla vigilia delle elezioni del 2008: verso la fine del 2007, Berlusconi fu accusato dal procuratore della Repubblica di Napoli di aver corrotto Agostino Saccà, un funzionario a capo del dipartimento del cinema della Rai.

Nelle registrazioni delle intercettazioni, che la rivista “L’Espresso” ha messo in Internet, si può ascoltare come Berlusconi cerchi di convertire l’emittente televisiva statale in una sorta di “divano di casa”. Infatti chiese a Saccà di trovare dei ruoli per alcune giovani attrici, che Berlusconi nelle intercettazioni chiama “le fanciulle mie”. In alcuni casi, questo servirebbe solo per “rallegrare il capo” (cioè Berlusconi). In un caso specifico, Berlusconi ha detto a Saccà di aver bisogno di un ruolo per un’attrice che ha una relazione con un senatore del governo Prodi. Berlusconi voleva, come ha ribadito lui stesso, dare a quel senatore delle motivazioni per passare di campo e causare la caduta del governo Prodi.

Ma mentre l’opinione pubblica italiana registrava quasi apaticamente i gravi reati attribuiti a Berlusconi per questo caso, quali la corruzione di funzionari pubblici ai fini della caduta di un governo, improvvisamente scoppio’ un grande interesse in merito ad un possibile scandalo sessuale. Questo fu dovuto alle voci circolanti a riguardo di altre registrazioni riguardanti Berlusconi e tre donne eccezionalmente attraenti del suo gabinetto.

A seconda del campo politico le voci erano diverse. Gli oppositori di Berlusconi favorivano l’immagine di una cariatide settantenne con un debole per le pompette da pene e per il Viagra. I suoi sostenitori lo festeggiavano invece come un instancabile Don Giovanni che si trova in grado di soddisfare due o tre donne allo stesso tempo.

In queste voci circolava anche il nome del Ministro per le Pari Opportunita’ Mara Carfagna, una trentatreenne ex candidata per l’elezione di Miss Italia che ha fatto carriera in qualità di co-presentatrice nel gruppo di Berlusconi e che per un lungo periodo era visibile soprattutto in mini gonne mozzafiato e camicie scollate. Durante una grande riunione di protesta a Roma nel mese di luglio, l’artista comica Sabina Guzzanti ha fatto notare in relazione a Mara Carfagna che: “Non si può nominare un Ministro per le Pari Opportunita’ solo perché ha succhiato l’uccello di qualcuno!”. La Carfagna ha negato qualsiasi relazione personale con Berlusconi e ha denunciato la Guzzati per calunnia.

Con la visione delle cose semi-monarchica del primo ministro non stupisce che nel 2006 sia entrata in vigore una nuova legge elettorale che affida ai capi dei partiti una discrezionalita’ di scelta dei candidati pressoche’ illimitata. In precedenza, l’elettore poteva ancora scegliere i singoli candidati, con il nuovo sistema gli elettori possono votare solo per una parte politica e i leader dei partiti fanno le liste elettorali. Di conseguenza, Berlusconi puo’ portare in Parlamento chi vuole, sia amici personali, dipendenti o qualcuno che sia anche solo di bell’aspetto. Cosi’ Berlusconi ha portato sia in Parlamento che nel suo gabinetto tutta una serie di vallette e attricette diventate famose nel suo impero televisivo. Ed è anche orgoglioso di questo: “Sono come una buona fatina: erano topine e io le ho trasformate in parlamentari”.

Il vero scopo dell’occupazione del Parlamento da parte di Berlusconi è che Berlusconi sta cercando solo di ridurre il ruolo del Parlamento italiano ad una funzione cerimoniale. Recentemente, ha chiesto che solo i presidenti delle rispettive parti dovrebbero fare lo sforzo di votare nel Parlamento. In questo modo, il valore politico degli altri 500 membri parlamentari sarebbe solo da interpretare come un rituale. “Ci stiamo muovendo verso una sorta di modello sudamericano della democrazia”, spiega Bruno Tabacci, un ex democristiano.

Come questo poi potrebbe sembrare si sta già intravedendo. All’inizio della legislatura del 2008 un fotografo e’ riuscito a fotografare con un teleobiettivo un pezzo di carta scritto da Berlusconi con delle note destinate a due belle, giovani, donne parlamentari, Gabriella Giammanco e Nunzia de Girolamo: “Gabri, Nunzia, siete una grande coppia! Grazie di rimanere in Parlamanto, ma non è necessario. Se avete un invito per un pranzo romantico, sarò lieto di darvi il permesso per andarvene! Baci ad entrambe! Il ‘vostro’ Presidente”. Il fotografo riusci’ anche a catturare con la sua macchina fotografica la risposta: “Caro Presidente, gli inviti romantici li accettiamo solo da lei..”.

Il fatto che cio’ non provochi reazioni negative nell’opinione pubblica italiana, la dice lunga circa l’interpretazione della politica degli italiani in relazione al potere mediatico di Berlusconi, ma anche a riguardo della frammentata e quasi scomparsa opposizione di centro-sinistra con la quale ha a che fare Berlusconi. Anche a causa della mancanza di alternative la maggioranza del popolo italiano consente a Berlusconi il potere che ha perche’ visto come uomo forte e deciso. E Berlusconi sfrutta questo che a sua volta promuove la sua immagine di uomo del fare: Così, nel 2008 Berlusconi ha abolito l’ICI ovvero la tassa sulla proprietà della prima casa. E nonostante queste mancate entrate dovranno essere coperte da altre tasse, l’abolizione dell’ICI e’ stata molto popolare. Con il rapido intervento dell’esercito ha anche eliminato la spazzatura dalle strade di Napoli e alla conclusione di questa operazione ha affermato di aver riportato la città nel mondo occidentale in soli 58 giorni. In questo modo gli italiani erano dalla sua parte.

Resta il fatto tuttavia che l’Italia, nel corso degli ultimi 14 anni in cui Berlusconi ha caratterizzato la politica italiana, e’ sprofondata drammaticamente. Per più di 40 anni, dalla fine della seconda guerra mondiale fino al 1990 circa, l’economia italiana era una delle più floride al mondo - in un soffio assieme al Giappone e alla Germania occidentale. Negli anni Cinquanta e Sessanta, l’economia cresceva in media di circa il cinque per cento l’anno, negli anni settanta e ottanta di altri solidi tre per cento l’anno. In un paese che ha per molti anni è stata caratterizzato dalla fatica e dall’emergenza questo porto’ prosperità, istruzione e un generoso stato sociale.

Per gli studenti della politica contemporanea l’Italia ha rappresentato un affascinante paradosso: da un lato, il paese sembrava avere uno spaventoso sistema politico. I governi si susseguivano uno dietro l’altro, gli scandali e le crisi di governo erano diffusi assieme ad un alto livello di corruzione, sprechi, e una burocrazia inefficiente. Dall’altro l’economia cresceva di anno in anno. Fino a circa 1989, l’Italia aveva un prodotto interno lordo pari a quello della Gran Bretagna.

Ma negli ultimi 15 anni l’insolita equazione italiana, corruzione e sabbia nel motore più elevata crescita economica, non ha piu’ funzionato. Il prodotto interno lordo italiano è aumentato dal 1996 al 2006 in media dell’1,1 per cento l’anno, rispetto al 2,3 per cento in Gran Bretagna, il 2,8 per cento in Spagna e l’1,7 per cento in tutta la zona Euro. Con il risultato che la crescita italiana e’ del venti per cento inferiore a quella del Regno Unito ed è stata superata anche dalla Spagna.

Il sistema italiano, che funzionava ragionevolmente in un periodo di mercati protetti, nell’era della UE, della moneta unica e dell’intensa concorrenza con paesi a basso salario in Asia ne ha molto risentito. Aprire una società in Italia costa in media 5012 Euro e occorrono 62 giorni con fino a 16 diverse pratiche burocratiche. Per confronto, in Gran Bretagna la stessa operazione costa 381 euro, quattro giorni e cinque operazioni amministrative, negli Stati Uniti 167 euro, quattro giorni e quattro passaggi amministrativi.

La sabbia nel motore ormai stride in quasi tutti i settori della vita italiana, in un modo da dare origine ad un incomprensibile effetto sinergico negativo. Ad esempio, la minaccia di una paralisi del sistema giudiziario rischia di bloccare lo Stato di diritto, una pietra angolare di un sistema economico funzionante. La durata media dei procedimenti per violazione di contratto è in Italia di 1210 giorni (quasi quattro anni), in Spagna (al secondo posto come paese in questo senso) è di 515, quindi nemmeno la meta’, in Francia 331 e in Gran Bretagna di soli 217 giorni. In Italia, ci vogliono inimmaginabili novanta mesi, quasi otto anni, per poter sfrattare di casa un affittuario inadempiente. In Gran Bretagna sono necessari circa dieci mesi, in Francia 17 e sei mesi in Danimarca.

Un tale sistema può sembrare come una brillante follia, ma dietro a cio’ vi e’ un metodo: è stato intenzionalmente progettato per renderlo indispensabile ai partecipanti. La moltiplicazione delle procedure amministrative, la concessione di licenze, regolamenti e strozzature burocratiche crea un numero estremamente elevato di leve con cui il governo puo’ controllare, ritardare, o seppellire prima possibile qualsiasi progetto.

Ciascuno di questi passi è un’opportunità per l’esercizio del potere e del nepotismo, per la richiesta e la concessione di favori. Un’autostrada, il cui costo di costruzione raddoppia in via di esecuzione, ha grandi vantaggi - non solo per i politici che percepiscono mazzette, ma anche per tutti coloro che ci lavorano. Ovvio: per il resto del paese questo porta solo svantaggi. La si deve combattere con delle infrastrutture scadenti, tasse alte, cattivi servizi e di un sistema che e’ diventato l’esatto contrario di una societa’ dei servizi. Non stupisce quendi che l’Italia sia scivolata dal 32mo al 64mo posto nel Global Competitiveness Index, l’indice mondiale per la competitività economica.

Incredibilmente, nei suoi 14 anni di politica Berlusconi ha addirittura migliorato la sua immagine di uomo del fare. In un’intervista all’inizio del 2008, per meta’ si vantava e per meta’ brontolava di essere trattato come una rock star o un re con il potere di guarigione al solo tocco. “Madri incinte mi chiedono di mettere la mia mano sul loro ventre. Altri mi chiedono di toccargli gli occhi perché vedono male… altri di toccarne la testa perché stanno diventando calvi. Ma a loro io do solo il numero di telefono del mio medico “.

E nel settembre 2008, nel bel mezzo della crisi finanziaria, Berlusconi ha assicurato, dopo una lunga notte in una discoteca, che aveva ancora abbastanza energia per fare tutto il possibile: “Dopo tre ore di sonno ho slancio per ulteriori tre ore di sesso”. Ma per liberare l’Italia dal suo attuale stato di caos c’e’ bisogno di molto più della mano regale di Berlusconi e dei suoi vanti post pubertari.

[Articolo originale di Alexander Stille]




permalink | inviato da Aux il 15/2/2009 alle 2:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
diritti
26 gennaio 2009
Genchi, un uomo da difendere

di Salvatore Borsellino, da 19luglio1992.com

Ma può un uomo mentire spudoratamente usando affermazioni false per cercare di distruggere la reputazione di un uomo come Gioacchino Genchi che ha sempre servito e continua a servire lo Stato? Lo Stato, quello vero, quello per cui è morto Paolo Borsellino e non l'antistato che ormai all'interno del primo si è saldamente annidato grazie proprio a quella trattativa per la quale Paolo Borsellino ha dovuto essere eliminato.
Un uomo forse no, ma non se è qualcuno che ha dovuto essere indicato come "alfa" nel corso delle indagini di uno dei processi sui mandanti esterni di quella strage che finora sono stati sempre bloccati quando stavano per arrivare dove non si può arrivare, cioè alla verità.
Non se è qualcuno che insieme con l'altro indagato in quel processo, "beta", proclama pubblicamente "eroe" un essere bestiale e un assassino come Mangano, se è qualcuno che ha più volte spergiurato sui suoi figli per fare meglio passare come vere le sue menzogne, se è qualcuno capace di raccontare oscene barzellette su una delle più grandi tragedie dell'umanità come lo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento nazisti.
Non se è qualcuno che ha l'impudenza di dire che andrà a trovare il padre di una famiglia di martiri, come il papà dei fratelli Cervi, senza neanche sapere che è già morto.
Non se è qualcuno che si può fidare della completa assuefazione di gran parte degli italiani a qualsiasi tipo di menzogna e di vergogna.
Non se è qualcuno che non ha bisogno, mentendo, di simulare un'espressione adatta del viso, tanto quell'espressione, quel ghigno che avrebbe dovuto essere un sorriso accattivante è ormai consolidato da decine di interventi chirurgici.
Allora sì, se è qualcuno così può farlo e, a questo punto non possiamo sapere quanto profondo sia il baratro nel quale sta trascinando il nostro paese con la complicità e il silenzio, nel migliore dei casi, di quella che una volta si chiamava opposizione e senza la quale la vita democratica di una paese è irrimediabilmente compromessa.
Quello dell'opposizione è un tasto tragico.
Dopo il risultato disastroso delle ultime elezioni politiche, durante la cui campagna elettorale Veltroni ha più pensato ad eliminare la sinistra piuttosto che pronunciare anche il solo nome dell'avversario, l'intera dirigenza di quel partito avrebbe dovuto rassegnare le dimissioni riconoscendo il proprio fallimento nei confronti di chi, pur essendo nemico dichiarato della democrazia invece, i meccanismi e i difetti della democrazia sa bene sfruttare a proprio vantaggio per acquisire il potere.
Ma dopo avere fatto vane profferte di dialogo a chi come dialogo intende soltanto il dare ordini a chi deve solo obbedire senza discutere.
Dopo avere chiaramente dimostrato come la questione morale che avevano sempre agitata non era altro che vuote parole da parte di chi non aveva nell'armadio solo scheletri ma anche cadaveri ancora caldi.
Dopo essersi dimostrati incapaci di condurre la benché minima forma di opposizione, preoccupati solo di appoggiare quelle leggi che potevano essere utili anche alla loro parte, come appunto il divieto delle intercettazioni e la "soluzione finale" per l'eliminazione dei magistrati con la complicità di un CSM indegno di essere definito come organo di autogoverno della magistratura.
Dopo tutto questo oggi si è passati ad un'altra fase come risulta evidente dalle dichiarazioni di Rutelli di fronte a Bruno Vespa, il servo dei potenti, che si è prestato a fare da apripista per le dichiarazioni del giorno dopo in Sardegna del presidente del consiglio. Chi non è capace di agire da uomo cerca almeno di procurarsi un buon posto da servo. Un altro tasto tragico è quello del Presidente della Repubblica che con il suo silenzio tombale in un momento così grave per la nostra Repubblica continua a tacere in maniera tale da fare dubitare se sia ancora in vita, non assume nessuna posizione dimenticando di essere il presidente di quello che si può ormai considerare un organismo eversivo, il CSM.

Gioacchino Genchi va difeso con ogni mezzo da chi oggi ha a cuore le sorti della Giustizia in Italia.
Gioacchino Genchi è la persona che più di ogni altra si è avvicinato alla verità sulle stragi del 1992, è per questo che è pericolosissimo ed è per questo che si tenta di eliminarlo con ogni mezzo, anche attraverso le menzogne più spudorate.
L'opinione pubblica in Itala ha ormai dimostrato di essere in grado di assorbire tutto, anche l'evidente contraddizione di un Presidente del Consiglio che afferma pubblicamente l'approssimarsi di "Uno scandalo sconvolgente, il più grave scandalo della Repubblica" e poi a richiesta di chiarimenti risponde "Non so nulla di preciso e di concreto. Ma se è tutto vero come sembra, è una cosa che ha dell'incredibile".
Quello che è veramente incredibile è come questo personaggio lanci pubblicamente degli allarmi così gravi e poi affermi di non saperne nulla, forse che i suoi esperti di disinformazione non gli hanno ancora comunicato la strategia precisa per l'eliminazione di Gioacchino Genchi e quindi, prima di rispondere, deve attendere di sapere maggiori dettagli ?
Se ha bisogno di saperne di più sui veri spioni perché non chiede aiuto a Pio Pompa che nel novembre del 2001, dopo essere entrato al SISMI come consigliere del direttore, il generale Niccolò Pollari, gli scriveva "Sarò, se lei vorrà, il suo uomo fedele e leale... Desidero averla come riferimento ed esempio ponendomi subito al lavoro. "Il lavoro" era quello di schedare politici e magistrati, colpire, screditare, creare falsi dossier, costruire falsi indizi e finte prove.

Allora il Vicepresidente del Comitato di controllo sull'attività dei sevizi segreti dichiarò: "Fra i documenti sequestrati in via Nazionale ci sono dossier che riguardano magistrati, uomini politici dell'opposizione e addirittura militari di alto grado. Essi erano tenuti sotto controllo e contro di loro si costruivano dossier e false informazioni. Nei documenti si progettavano interventi contro di loro e l'obiettivo era "disarticolare. Una parola che non può non evocare finalità eversive".
Non sono forse i dossier di Pio Pompa la vicenda Sismi-Telecom uno dei più gravi scandali della nostra Repubblica? Ma allora lo stesso Presidente del Consiglio cercò di minimizzare tutto, ora preannuncia uno scandalo senza saperne ancora nulla, forse che i questo caso le cose potrebbero riguardarlo più da vicino?
Qualunque indagine sul "terzo livello" o sui "mandanti occulti", non potrebbe fare a meno di Gioacchino Genchi, non del suo "archivio" che non esiste, che, nei periodi in cui dai PM gli sono stare affidate delle indagini, non ha mai riguardato intercettazioni ma solo tabulati telefonici, ma delle sue conoscenza e del suo metodo.
E forse per questo che si è deciso di eliminarlo, non dico fisicamente, oggi sono altri i metodi usati, ma da qualsiasi contatto e possibile utilizzo da parte del contesto giudiziario?

C'è già in fase avanzata il progetto di ridefinire il legame del PM con la polizia giudiziaria, ma magari ci vuole ancora un po' di tempo e l'eliminazione di Gioacchino Genchi potrebbe essere diventata una cosa urgente. Magari per qualche indagine in atto a Caltanissetta, a Palermo, a Firenze, alla quale le recenti deposizioni di Massimo Ciancimino hanno dato nuovo slancio, e in una certa direzione, che rende necessario di agire in fretta, molto in fretta...




permalink | inviato da Aux il 26/1/2009 alle 13:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
21 gennaio 2009
Berlusconi, ''mister unpercento''

mister unpercento

Le concessioni radiotelevisive costano al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi l’uno per cento del fatturato che ne ottiene. Avete letto bene. Lo Stato italiano regala da anni alla Mediaset, attraverso RTI, il 99% degli introiti che ne ottiene. Solo l’uno per cento rimane allo Stato.

Le frequenze su cui Mediaset trasmette sono dello Stato italiano che le può dare in concessione a qualunque società ritenga. Mediaset o altre. La logica vorrebbe che la concessione porti principalmente soldi alle casse dello Stato, non ai privati. La ricchezza del signor Berlusconi, dell’imprenditore Berlusconi, deriva da una “graziosa” concessione ottenuta prima da Craxi con un una tantum annua ridicola e poi dal Governo D’Alema nel 1999, con la legge un per cento (pagina 32: legge 488, art.27 comma 9, del 23 dicembre 1999). Legge mai messa in discussione dagli altri Governi che lo hanno seguito, tra cui ovviamente i suoi.

Il signor unpercento è ricco e continua a incrementare le sue ricchezze in virtù di una legge che gli regala letteralmente le frequenze radiotelevisive. Paga l’un per cento dei ricavi. Ma quale cittadino può avere in concessione un bene dello Stato pagando solo l’un per cento dei ricavi? Nessuno, se non Berlusconi. La legge che regolamenta le concessioni radiotelevisive va cambiata immediatamente. E’ una legge parassitaria che toglie agli italiani, a tutti gli italiani, un reddito enorme, di loro competenza, per donarlo al presidente del Consiglio. Una vera rapina a norma di legge.

Il Gruppo Mediaset vive alle spalle degli italiani. Nel 2007 ha fatturato oltre 4 miliardi di euro, di cui 2.5 miliardi derivanti da pubblicità delle Reti Mediaset. Invertiamo le percentuali: allo Stato il 99%, a Mediaset l’un per cento. L’Italia dei Valori presenterà un’interrogazione parlamentare su questo vero esproprio di reddito degli italiani da parte di Silvio Berlusconi.

P.s. Risultato Operativo 2007 del Gruppo Mediaset (EBIT): 1,49 miliardi di euro.




permalink | inviato da Aux il 21/1/2009 alle 18:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
21 gennaio 2009
Notizie scomparse
di Nella Condorelli

Nel fragore delle polemiche sul diritto d’informazione e l’occultamento delle notizie sollevato dalla trasmissione di Michele Santoro sulla guerra a Gaza, nessuno si e’ accorto do un’altra notiziache non ha avuto la visibilita’ che avrebbe meritato. Parlo della conferenza promossa martedi 13 gennaio dall’AMPI, l’associazione nazionale dei partigiani, in merito al disegno di legge 1360, primo firmatario l’onorevole Barani, che chiede alla Repubblica italiana l’istituzione di un Ordine del Tricolore (con annessi benefit) per coloro che dopo l’armistizio aderirono alla Repubblica Sociale di Salo’.
Lo “stato” fondato da Mussolini sulle rive del lago di Garda, annunciato attraverso Radio Monaco (di Baviera), - e riconosciuto dal Terzo Reich (Hitler l’aveva praticamente imposto) -, che poneva a suo fondamento ideologico - giuridico- economico il fascismo, il corporativismo, l’antisemitismo. Mentre il Paese restava spaccato in due, occupato dalle armate alleate a sud, e dall’esercito tedesco al centro nord, Mussolini s’industriava a sovrapporre un altro stato allo Stato di cui era per l'appunto stato a capo sino a un paio di settimane prima.
Documenti visivi d’archivio, il fascismo come ben si sa fu modernissimo nell’utilizzo di cineprese e cinema per l’informazione-propaganda, lo mostrano in divisa tedesca, fare il saluto nazista mentre entra in una delle ville intorno Salo’ (vicino alle fabbriche d’armi del nord, come richiesto dal comando tedesco), sede di un “ministero” della Repubblica Sociale. Facce di circostanza lo circondano. La guerra e’ persa, dappertutto persa, lo temono anche a Berlino, eppure si continua a mimarla.

Se mi sono dilungata su questi punti, e’ perche’ quando si parla di vicende legate alla storia patria ed alla nostra repubblica e’ bene contestualizzare.
Non discuto quindi che l’onorevole Barani, ex Psi oggi Pdl, sia assolutamente nel diritto di presentare il suo disegno di legge 1360 - e’ il senso della democrazia. Benche’ mi inquieti che nei fatti si chieda pirandellianamente alla Repubblica italiana nata dall’antifascismo di equiparare a se stessa la fascista “repubblica di Salo’. Quello che piu’ mi sbalordisce e’ che nessun giornale, e nessun tg abbia parlato della protesta dell’AMPI. Nonostante la sala affollatissima, nonostante i messaggi di sostegno di due presidenti emeriti della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi, nonostante l’intervento di Giorgio Vassalli, neppure un rigo ha segnalato a lettori e lettrici, telespettatori e telespettatrici, che in Parlamento e’ all’ordine del giorno una nuova interpretazione della democrazia e della Repubblica Italiana. E che c’e’ chi civilmente vi si oppone.

“I morti sono tutti eguali”, si obietta. E’ vero. A non essere eguali pero’ sono le “morti”. E’ possibile che non fossero tutti “buoni” i partigiani, cosi’ come e’ possibile che non fossero tutti “cattivi” i repubblichini. Ma non sono le colpe individuali, quelle che ci interessano in quest’affaire, e’ la responsabilita’ collettiva che nutre l’immaginario collettivo storico. Che da’ peso specifico ai valori, e li áncora nella pratica quotidiana.
La democrazia italiana, come peraltro le democrazie europee sorte dalle tragedie delle dittature del Novecento, e in reazione ad esse, nasce dalla Lotta di Liberazione e dalla Resistenza antifascista: contro l’occupazione nazista dell’Italia, le deportazioni e le persecuzioni, la distruzione pianificata del Paese e delle sue infrastrutture. Rappresenta l’aspirazione e la pratica della liberta’ democratica, garanzia di diritti per noi tutti, cittadini e cittadine. Non si cancellano le pagine di Storia, a colpi di onorificenze e coccarde, non siamo il paese del marchese di Carabas.
E’ indispensabile che lettori e lettrici, telespettatori e telespettatrici siano informati, chiediamo che il presidente della Camera, leader di destra che ha riconosciuto la Resistenza come valore costitutivo della Repubblica Italiana, faccia sentire la sua voce autorevole.



permalink | inviato da Aux il 21/1/2009 alle 15:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
21 gennaio 2009
Se questo è un cardinale

di Vania Lucia Gaito, da viaggionelsilenzio.ilcannocchiale.it/

Si dice che "De mortuis nihil nisi bonum", dei morti non si può dire altro che bene. Ma in alcuni casi, per quanto ci si sforzi, non si può essere politically correct.
E' il caso di monsignor Pio Laghi, cardinale, Nunzio Apostolico, 85 anni, buona parte dei quali trascorsi in missioni diplomatiche. Mi perdoneranno quanti sono d'accordo con Diogene Laerzio, ma la mia commemorazione del cardinale Laghi si discosterà un poco dal "de mortuis".

Pio Laghi non era solo "un uomo di grande valore e di preclari virtù", come lo ha ricordato su "Il Tempo" il presidente della regione Molise, Michele Iorio. Diversamente lo ricordano le Madres de Plaza de Mayo, le donne argentine madri, mogli e sorelle dei 30.000 desaparecidos durante la dittatura militare che terrorizzò l'Argentina dal 1974 al 1980.
In quel periodo, monsignor Laghi era già Nunzio Apostolico in Argentina. E giocava a tennis con Emilio Massera, all'epoca a capo della Marina militare argentina, di cui era intimo amico.

Il 19 maggio 1997 le Madri, con il patrocinio legale di Sergio Schoklender, presentarono denuncia alle autorità italiane contro Pio Laghi, che, come è scritto nella stessa denuncia, «collaborò attivamente con i membri sanguinari della dittatura militare e portò avanti personalmente una campagna volta ad occultare tanto verso l'interno quanto verso l'esterno del Paese l'orrore, la morte e la distruzione. Monsignor Pio Laghi lavorò attivamente smentendo le innumerevoli denunce dei familiari delle vittime del terrorismo di Stato e i rapporti di organizzazioni nazionali e internazionali per i diritti umani».
E inoltre denunciarono Laghi per «aver messo a tacere le denunce internazionali sulla sparizione di più di trenta sacerdoti e sulla morte di vescovi cattolici. Pio Laghi provvide, con i membri dell'episcopato argentino, alla nomina di cappellani militari, della polizia e delle carceri che garantissero il silenzio sulle esecuzioni, le torture e gli stupri cui assistevano. Questi cappellani avevano l'obbligo non solo di confortare spiritualmente gli autori dei genocidi e i torturatori, ma anche, tramite la confessione, di collaborare con l'esercito estorcendo informazioni ai detenuti».

Tre mesi dopo il golpe militare, il Nunzio Apostolico, in un'omelia, sostenne: "I soldati adempiono il loro dovere primario di amare Dio e la Patria che si trova in pericolo. Non solo si può parlare di invasione di stranieri, ma anche di invasione di idee che mettono a repentaglio i valori fondamentali. Questo provoca una situazione di emergenza e, in queste circostanze, si può applicare il pensiero di san Tommaso d'Aquino, il quale insegna che in casi del genere l'amore per la Patria si equipara all'amore per Dio."

La "chiesa alta" era vicina alla dittatura militare, di contro, la "chiesa bassa", quella fatta di preti e suore vicini alle fasce più misere della popolazione, pianse anch'essa le proprie perdite. A Plaza de Mayo, fra le migliaia di madri disperate per la sorte dei loro figli desaparecidos, solo la Chiesa, madre di decine e decine di sacerdoti e suore desaparecidos, brillava per la sua assenza. Ma a dare forza alla denuncia delle Madri non c'erano solo le pubbliche esternazioni di Laghi, ma una sequenza di testimonianze pesantissime, tra le quali anche quelle di molti ecclesiastici, sacerdoti e suore.

È debitamente accreditata la presenza di Pio Laghi nei campi di concentramento e di sterminio dell'Argentina, mentre accompagnava gruppi di militari in ispezione e interrogava i reclusi.
María Ignacia Cercos de Delgado, moglie del giornalista Julián Delgado, scomparso nel giugno 1978, affermò: «Il Nunzio apostolico Pio Laghi era a conoscenza di tutto quello che accadeva nella Scuola di Meccanica della Marina, poteva verificare i nomi dei sequestrati lì trattenuti e il comandante in capo della Marina, Armando Lambruschini, lo consultò sull'opportunità di lasciare in vita un gruppo di 40 detenuti desaparecidos che aveva ricevuto, quando aveva assunto l'incarico, dal precedente Comandante della Marina, Emilio Eduardo Massera».

Il Nunzio Apostolico collaborava alle decisioni riguardanti i detenuti scomparsi. In alcuni casi personalmente e in altri attraverso il Vicariato castrense. Durante il processo agli ex Comandanti, monsignor Grasselli ammise di avere il compito di redigere uno schedario con i nomi delle persone scomparse e di tenersi in contatto con il governo militare per mantenere aggiornate le informazioni in suo possesso.
Nel Fascicolo 1560 della Commissione Nazionale per la Scomparsa di Persone è depositato il fatto che monsignor Grasselli informò i familiari di uno degli scomparsi accorsi a cercare informazioni, che gli scomparsi si trovavano in luoghi di "riabilitazione" e che, a quelli che egli chiamava «irrecuperabili, è possibile che qualche persona pietosa faccia un'iniezione, e l'irrecuperabile si addormenti per sempre».

Pesantissima, la denuncia del giornalista Horacio Verbitsky: all'arrivo in Argentina della Commissione Interamericana per i Diritti Umani dell'OEA, i membri della Marina si ritrovarono una quantità di detenuti scomparsi ancora vivi da nascondere. A questo scopo, ricorsero ai buoni uffici di Pio Laghi. Monsignor Grasselli cedette al gruppo operativo dell'ESMA, con autorizzazione del Nunzio apostolico, un'isola nella località del Delta del Tigre chiamata «Il Silenzio», perché fosse utilizzata come Centro Transitorio di Concentramento di Detenuti. In quest'isola si riunivano regolarmente per il barbecue di fine settimana il cardinale primate di Buenos Aires Juan Carlos Aramburu e il Nunzio apostolico Pio Laghi.
Quando vennero alla luce le scomparse, le torture e le atrocità commesse in questo campo di concentramento, monsignor Grasselli architettò una finta vendita dell'isola ai componenti del contingente militare della Marina, usando come identità dell'acquirente i documenti di uno dei detenuti desaparecidos registrati nel suo archivio, Marcelo Camilo Hernández, tentando di nascondere l'operato della nunziatura.

Molte Madri si recarono da Pio Laghi, durante quegli anni terribili, a chiedere il suo intervento per la liberazione dei propri figli. Tra le tante, nel 1979, si reco dal Nunzio anche Hebe de Bonafini, presidente dell'Associazione Madres de Plaza de Mayo. Lo stesso Nunzio apostolico ne ordinò l'arresto, la donna fu portata via da diverse pattuglie di polizia mentre era ancora in attesa di essere ricevuta da Laghi. Fu trattenuta ed interrogata per cinque ore e fu rilasciata solo grazie all'intervento di centinaia di altre Madri che mobilitarono tutte le risorse disponibili.
Quando nel 1997 firmò la denuncia contro Laghi, Hebe de Bonafini disse ai giornalisti: «L'ex nunzio è stato visto nei centri di detenzione clandestini, è stato consultato sul destino dei detenuti desaparecidos e sulla forma di esecuzione pietosa e cristiana degli stessi. Ha partecipato alla decisione sul trattamento da riservare alle donne incinte, a cui fu data la possibilità di scegliere tra tortura e stupro. Ha ordinato l'arresto della presidente delle Madri alla porta della nunziatura, a cui è seguito un interrogatorio di cinque ore da parte del personale dell'Intelligence militare. Noi Madri abbiamo sofferto il disprezzo della Chiesa, dai cui vertici giunse la decisione, che dipendeva forse anche da Laghi, di non somministrarci la comunione "perché, eravamo piene di odio".» La denuncia contro Laghi «è dovere morale non solo delle Madri, ma di tutti i cattolici. Anche uomini della Chiesa appoggiano la nostra iniziativa perché, la considerano la maniera più sana di eliminare dalla Chiesa le persone non oneste»

La denuncia, consegnata alla stampa, non fu riportata nè dall'Osservatore Romano nè da Avvenire, che si limitarono a definirla "un atto contro la giustizia, l'onestà e la verità storica" e a pubblicare con ampia risonanza la smentita di Pio Laghi: l'ex nunzio apostolico considerava diffamatorie e prive di fondamento le affermazioni delle Madri, che definì sprezzantemente «questo gruppo di donne argentine».
In ossequio al proverbio che recita "cane non mangia cane", la Conferenza Episcopale Argentina pubblicò poche righe di comunicato per esprimere la propria solidarietà al cardinale.

In quanto alla denuncia, Pio Laghi come cittadino italiano avrebbe potuto essere processato penalmente in Italia per delitti commessi all'estero, con un complesso procedimento: la denuncia doveva essere inoltrata alla Procura della Repubblica attraverso il Ministero di Grazia e Giustizia, l'unico titolato a deciderne la leggittimità. Tuttavia, in quanto cardinale, Pio Laghi godeva dall'immunità, in virtù del Concordato tra Italia e Santa Sede. Immunità che può essere sospesa o ritirata soltanto dal Papa, Giovanni Paolo II, che di fatto non la sospese e non la ritirò.
Pertanto la denuncia non ebbe luogo a procedere.

Eppure, il suo operato in Argentina gli valse la "promozione" a Nunzio apostolico negli Stati Uniti. Lavorava con lui un certo padre Tom Doyle, esperto canonista, che fu tra i primi ad interessarsi al problema dei sacerdoti pedofili, insieme a padre Michael Peterson, psichiatra, e all'avvocato Ray Mouton. Incominciroano a collaborare tra loro nel gennaio del 1985. Peterson era direttore della casa di cura S. Luca a Silver Spring (MD); Doyle faceva l’avvocato canonista nella nunziatura e Mouton difendeva in tribunale padre Gilbert Gauthe. La collaborazione continuò per cinque mesi e produsse un “Manuale”, che prendeva in considerazione gli aspetti civili, canonici e psicologici degli abusi sessuali commessi da membri del clero.
Le loro conclusioni sembrarono troppo drastiche ad alcuni prelati, ma oggi sono considerate profetiche. La Chiesa Cattolica, affermavano, dovrà affrontare “conseguenze finanziarie molto gravi” e “un grave danno d’immagine”. Fecero notare che erano già stati sborsati più di 100 milioni di dollari per le cause di un prete di una sola diocesi. Il pagamento di altre sette cause superava i 5 milioni di dollari e “il pagamento medio previsto per ogni caso si aggira sui 500 mila dollari”. “Le perdite prevedibili per il prossimo decennio” sarebbero state stimate in un miliardo di dollari. Avvertirono che televisioni e giornali erano al corrente della vicenda e l’Associazione Forense e gli avvocati di parte civile stavano “studiando le informazioni riguardanti questa parte giuridica del tutto nuova”.
“Le probabilità della denuncia alla Chiesa Cattolica sono molto forti”, sostenevano, e si raccomandava che al clero denunciato non fosse permesso di esercitare “nessuna funzione presbiterale”.

Nei mesi successivi Doyle continuò a suonare l’allarme. E ne pagò il prezzo. Nel 1986 fu rimosso dalla nunziatura, perse la cattedra, fu ostracizzato dai vescovi.
Mentre Doyle perdeva il favore della gerarchia, non così il suo vecchio capo, monsignor Laghi, che rappresentò il Vaticano negli Stati Uniti dal 1980 al 1990, il periodo in cui gli abusi del clero furono numerosissimi e ampiamente ignorati dalla gerarchia. Dopo le sue peregrinazioni diplomatiche, tornò a Roma e Papa Giovanni Paolo II lo nominò cardinale nel giugno 1991.

Ai nipoti del cardinale Laghi è stato inviato un telegramma di cordoglio da parte di Benedetto XVI: ''La triste notizia della scomparsa del vostro caro zio cardinale Pio Laghi ha suscitato viva commozione nel mio animo nel grato ricordo del suo lungo e generoso servizio alla Santa Sede in particolare come rappresentante pontificio in diversi paesi e come prefetto della Congregazione per l'Educazione cattolica''. Il Pontefice rassicurava i familiari: avrebbe pregato Dio affinchè "voglia donargli il premio concesso ai fedeli servitori del Vangelo".

Ecco, se questi sono i fedeli servitori del Vangelo...




permalink | inviato da Aux il 21/1/2009 alle 15:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
18 gennaio 2009
Fine dello psicodramma Alitalia

 Pubblicato martedì 13 gennaio 2009 in Francia

[Le Monde]

La nuova Alitalia potrà decollare. È una vittoria per il presidente del consiglio italiano, Silvio Berlusconi.
L’accordo alleggerirà finalmente lo stato dal peso di una compagnia in rovina che continuava a inghiottire soldi.

Anche per Roberto Colannino, che ha amministrato la vecchia Telecom Italia, questo accordo è una vincita al lotto. Ha guidato il consorzio di investitori italiani che ha comprato la “parte migliore” di Alitalia nel dicembre 2008 per 1,05 miliardi di euro. Un mese più tardi, in un momento in cui il mercato dei trasporti aerei va male, questi investitori si apprestano a rivendere una parte delle loro quote ad Air France-KLM intascando un plusvalore del 30%.

Il vettore franco-olandese, tuttavia, non fa un cattivo affare. Può così posizionarsi sul quarto mercato aereo europeo.
Nella primavera 2008, quando la compagnia è stata vicina a concludere l’acquisto di Alitalia, prima di vedere la sua offerta colare a picco a causa dei sindacati e della campagna elettorale populista di Berlusconi, il matrimonio non sarebbe stato così bello. Alitalia avrebbe allora avuto in “dote” un debito di 1,2 miliardi di euro ed una serie di entità che non avrebbero probabilmente interessato Air France-KLM.

Con Berlusconi al potere, il perimetro di Alitalia è stato ridefinito e questi elementi indesiderabili sono stati riallocati in una “compagnia-spazzatura” finanziata dal Tesoro italiano.

Il contribuente transalpino - e il consumatore - ha fatto le spese di quello che era diventato uno psicodramma politico. Ha pagato i quasi due miliardi di euro di costi supplementari registrati dal momento in cui i sindacati, incoraggiati da Berlusconi, hanno posto il loro veto sull’ultima offerta di Air France-KLM.

La fusione di Alitalia e Air One avrà inoltre l’effetto di rendere il mercato meno concorrenziale.
Ora, costa di più prendere un volo Alitalia per andare da Roma a Milano che una linea low-cost per andare da Roma a Londra. Si dice che i popoli hanno i dirigenti che si meritano. Allo stesso modo, si può dire dell’Italia che ha la compagnia aerea che si merita.




permalink | inviato da Aux il 18/1/2009 alle 15:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
sfoglia
  

Rubriche
Link
Cerca

Feed

Feed RSS di questo 

blog Reader
Feed ATOM di questo 

blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

Curiosità
blog letto 6154 volte

Indicazioni ai sensi e per gli effetti della legge 7 marzo 2001, n. 62.Il contenuto di questo blog non va considerato alla stregua di una testata giornalistica nè un prodotto editoriale e il suo curatore declina ogni responsabilità di qualsivoglia natura. Le notizie riportate provengono da altri siti sparsi per la rete, e dai normali organi d'informazione. Il blog è attivo dall'aprile 2008, non ha periodicità regolare ed è aggiornato secondo le possibilità, Va da sé che le responsabilità per i commenti sono di chi li inserisce. Si avverte che verranno cancellati, senza pietà alcuna, tutti quei commenti ritenuti offensivi per le persone. Verranno inoltre cancellate bestemmie, parole oscene, o che fanno riferimento alla pratica sessuale. Non saranno tollerati, inoltre, riferimenti espliciti o velati alla discriminazione di qualsivoglia natura (sessuale, razziale, politica, religiosa ecc.) Per concludere, le foto riportate nei post sono, per lo più, provenienti da internet (indicandone la provenienza). Qualora gli autori non autorizzassero la pubblicazione, possono comunicare tale intenzione e l'autore del blog provvederà a rimuovere le immagini come da richiesta. Buona lettura a tutti.



IL CANNOCCHIALE