Pubblicato giovedì 12 marzo 2009 in Inghilterra
[London review of books]
Perry Anderson, sull’eredità sprecata dell’Italia.
La sinistra italiana era una volta il più grande ed impressionante movimento popolare per il cambiamento sociale nell’Europa Occidentale. Comprendeva due partiti di massa, ognuno con la propria storia e cultura, impegnati non nel miglioramento, ma nel superamento del capitalismo; l’alleanza del dopoguerra tra socialisti e comunisti, PSI e PCI, non sopravvisse al boom degli anni ‘50. Nel 1963, Pietro Nenni portò i socialisti al governo per la prima volta come alleato di minoranza della Democrazia Cristiana, prendendo la via che avrebbe portato fino aBettino Craxi e lasciando così ai comunisti italiani la guida incontrastata dell’opposizione al regime democristiano. Sin dall’inizio, il PCI era stato più forte dal punto di vista organizzativo e ideologico, contando su un’ampia base - due milioni di tesserati a metà degli anni ‘50 - a partire dai contadini del Sud fino agli insegnanti e agli artigiani del Centro, per finire con gli operai del Nord. Faceva riferimento inoltre ad un’eredità intellettuale più ricca contenuta nei “Quaderni dal carcere” di Gramsci pubblicati di recente, la cui rilevanza andava ben oltre il partito. Al suo apice, il PCI poteva attingere ad una straordinaria gamma di energie sociali e morali, unendo una base popolare fortemente radicata ad un’ampia influenza intellettuale, più che qualsiasi altra forza nel paese.
Costretto dalla Guerra Fredda all’opposizione a livello nazionale per 40 anni, il partito si trincerò nelle amministrazioni prima locali e successivamente regionali, e nelle commissioni parlamentari attraverso cui il processo legislativo italiano deve necessariamente passare, insinuandosi nei sistemi governativi a diversi livelli secondari. Tuttavia, la sua strategia di fondo rimase pressoché stabile per anni. Dopo il 1948, i frutti della Liberazione furono spartiti. Il potere andò alla DC; la cultura al PCI. La Democrazia Cristiana controllava le leve del potere statale, il comunismo attirava i talenti della società civile. L’abilità del PCI di polarizzare la vita intellettuale italiana attorno a sé, non solo in una piccola cerchia di intellettuali, scrittori e pensatori, ma grazie anche a un clima generale di opinioni progressiste, non aveva paragoni da nessuna parte in Europa. Sia grazie alla sociologia della sua classe dirigente, che era per lo più molto istruita, a differenza di quella dei partiti comunisti di Francia, Germania, Regno Unito o Spagna, sia grazie a una gestione relativamente tollerante e flessibile della “battaglia delle idee”, il suo dominio in questo ambito era la risorsa che caratterizzava veramente il comunismo italiano. Ma, ad un prezzo doppio, il partito rimase costantemente cieco.
La misura dell’influenza del PCI sul mondo del pensiero e dell’arte era anche il risultato del grado in cui esso aveva assimilato e riprodotto le tendenze dominanti in una cultura italiana preesistente e di lunga data. Si trattava dell’idealismo che aveva trovato la sua espressione più potente, per quanto né l’unica né la più moderna, nella filosofia di Benedetto Croce, una figura che col passare degli anni aveva acquistato nella vita intellettuale del paese un’importanza paragonabile a quella di Goethe. Fu proprio lo storicismo di Croce, i cui meriti furono sottolineati dall’attenzione che Gramsci gli dedicò mentre era in carcere, ad essere generalmente accettato come la quintessenza di buona parte della cultura italiana del dopoguerra alla quale il PCI presiedeva direttamente o indirettamente. Ma dietro a tutto ciò è possibile scorgere tradizioni ancora più antiche che riconoscono la supremazia al regno delle idee, concepite in politica come volontà o conoscenza. Tra la caduta dell’Impero Romano ed il completamento del Risorgimento, l’Italia non conobbe mai uno stato o un’aristocrazia che comprendessero tutta la penisola e la maggior parte del tempo fu soggetta a svariate potenze straniere spesso belligeranti. Il risultato, per lunghi periodi, fu quello di creare in seno alle élite colte un senso di incolmabile divario tra le glorie del passato e la miseria del presente. Da Dante in poi, nacque una tradizione di intellettuali che sentivano fortemente la loro vocazione di recuperare e di trasmettere la cultura nobile dell’antichità classica, pervasi dalla convinzione che il paese poteva rinnovarsi soltanto attraverso l’azione profonda di idee rigeneranti, di cui solo loro potevano essere gli artefici, che agissero su una realtà decaduta. La sfera della cultura non si distingueva da quella del potere: era piuttosto il lasciapassare verso di esso.
Il comunismo italiano, in buona parte, ereditò questo modo di pensare. La nuova forma che venne data a tale predisposizione nazionale fu ispirata a Gramsci e da lui ripresa pressoché fedelmente. In questa versione, “l’egemonia” era un potere culturale e morale da conquistare consensualmente all’interno della società civile, come fondamenta reale dell’esistenza sociale, la quale alla fine assicurerebbe la conquista pacifica dello stato, l’espressione più esteriore ed apparente della vita collettiva. In quest’ottica, la posizione dominante acquisita dal partito nell’arena intellettuale dimostrava che esso era sulla buona strada per la vittoria politica finale. Questo non era ciò che Gramsci aveva creduto. Rivoluzionario nella Terza Internazionale, egli non aveva mai creduto che il capitale potesse essere spezzato senza la forza delle armi, per quanto fosse importante la necessità di guadagnare il più ampio consenso popolare per poter rovesciare le classi dominanti. Tuttavia si accordava con la visione idealistica della cultura in generale. Inoltre, all’interno della sfera intellettuale stessa, il PCI riprese la propensione umanista delle élite tradizionali, per le quali la filosofia, la storia e la letteratura erano sempre stati gli ambiti più importanti. Nel bagaglio del partito mancavano discipline moderne, come l’economia e la sociologia, e i metodi che avevano cercato di prendere in prestito, nel bene e nel male, dalle scienze naturali. Ottimo finché i suoi concetti si applicavano ai vertici di una gerarchia culturale riverita, molto più debole se si scendeva verso il basso e con gravi conseguenze che sarebbero emerse in seguito.
Quando i due grandi cambiamenti che avrebbero alterato l’ecologia del PCI nell’Italia del dopoguerra colpirono il partito, questo si trovò impreparato. Il primo fu l’arrivo di una cultura di massa totalmente mercificata, di un genere ancora inimmaginabile nel mondo di Togliatti, figurarsi in quello di Gramsci. Perfino al suo apice, furono evidenti i limiti dell’influenza del PCI sulla scena culturale e più in generale della sinistra italiana, poiché la Chiesa occupava una buona parte delle credenze e dell’immaginario popolari. Al di sotto del livello delle università, degli editori, degli studi di produzione o dei giornali, in cui l’influenza del partito era così diffusa e diversa dalle roccheforti della direzione della borghesia liberale nella stampa, c’era un fiorente sottobosco di riviste e programmi conformisti confezionati su misura per gli elettori della DC di cultura medio-bassa. Dal suo punto di vista privilegiato tra l’élite culturale, il PCI poteva guardare a questo universo con una condiscendenza tollerante, considerandolo come espressione del legame di un passato clericale la cui importanza era stata a lungo sottolineata da Gramsci. Non pensava certo di esserne minacciato.
L’afflusso di una cultura di massa secolare e totalmente americanizzata era un altro discorso. Colto impreparato, l’apparato del partito e l’intellighenzia formatasi attorno ad esso ne furono sconvolti. Anche se l’impegno critico nell’ambito della cultura più bassa non mancava in Italia - Umberto Eco fu un pioniere - il PCI non riuscì a capirlo. Non venne creato alcun tipo di dialettica creativa in grado di resistere l’attacco del nuovo, trasformando i rapporti tra l’alto e il basso. Il caso del cinema, in cui l’Italia aveva primeggiato dopo la guerra, può essere preso come emblematico. Non ci fu un ricambio dopo la generazione dei grandi registi - Rossellini, Visconti,Antonioni - che avevano iniziato le loro carriere durante gli anni ‘40 o i primi anni ‘50, e di cui vediamo gli ultimi lavori importanti nei primi anni ‘60. Successivamente non si verificherà nessun incontro produttivo tra avanguardie e forme popolari paragonabile al cinema diGodard in Francia o a quello di Fassbinder in Germania; in seguito, c’è stato soltanto il debole tentativo di Nanni Moretti. Il risultato fu un divario enorme fra la sensibilità popolare e quella del pubblico colto, lasciando il paese inerme di fronte alla controrivoluzione culturale dell’impero televisivo di Berlusconi, che saturò l’immaginario popolare con un’ondata di idiozie e fantasie grossolane - definirle squallida spazzatura sarebbe perfino troppo gentile. Incapace di confrontarsi o di ribaltare la situazione, per un decennio il PCI cercò di resistere. Il vero capo del partito, EnricoBerlinguer , personificava l’austero disprezzo per l’auto-indulgenza e l’infantilismo del nuovo universo basato sul consumo materiale e culturale. Dopo la sua morte, il passaggio dal rifiuto totale all’accettazione un po’ troppo entusiasta fu breve - WalterVeltroni finì per assomigliare ad una delle figurine luccicanti degli album per bambini con le quali si fece conoscere distribuendole in allegato alle copie dell’Unità quando divenne direttore del giornale.
Se l’idealismo del PCI non gli permetteva di cogliere le pulsioni materiali del mercato e dei media che trasformarono il tempo libero in Italia, la stessa mancanza di sensibilità economica e sociologica fece sì che il partito non fosse in grado di percepire i cambiamenti determinanti nel mondo del lavoro. Già sul finire degli anni ‘60 prestava meno attenzione a questi aspetti a confronto con le nuove leve dei giovani radicali che avrebbero generato successivamente quel fenomeno tutto italiano dell’”operaismo” [*], una delle avventure intellettuali più strane della sinistra europea dell’epoca. A differenza del PCI, il PSI del dopoguerra aveva avuto un personaggio politico importante, RodolfoMorandi , il cui marxismo era di un genere meno idealista, più attento alle strutture dell’industria italiana, sulla quale aveva condotto una famosa inchiesta. Nella generazione successiva, egli trovò un valido erede nella figura di RanieroPanzieri , un militante del PSI che, dopo essersi trasferito a Torino, aveva cominciato a indagare sulla condizione degli operai nelle fabbriche della FIAT, riunendo per questo lavoro un gruppo di giovani intellettuali (tra cui Antonio Negri) di cui molti, ma non tutti, appartenenti alle associazioni giovanili del PSI. Nel corso del decennio successivo, l’operaismo diventò una forza mutevole, generando una serie di riviste specializzate molto influenti, anche se di breve durata - Quaderni Rossi, Gatto selvaggio, Contropiano - che esploravano le trasformazioni nel mondo del lavoro e nel capitale industriale dell’Italia contemporanea. Il PCI non aveva nulla di simile da mostrare e prestò scarsa attenzione a questi fermenti, benché in questa fase il più influente tra i nuovi teorici fosse un giovane uscito proprio dalle sue file a Roma, MarioTronti . Si trattava di un ambiente la cui cultura era essenzialmente estranea al partito, persino dichiaratamente ostile nei confronti di Gramsci, tacciato di spiritualismo e populismo.
L’influenza dell’operaismo venne non soltanto dalle inchieste o dalle idee dei suoi studiosi, ma anche dai loro rapporti con l’avanzata di nuovi contingenti della classe operaia: giovani immigranti dal Sud, che si ribellavano contro i salari bassi e le condizioni di lavoro oppressive nelle fabbriche del Nord - per non parlare dei sindacati a guida comunista sconcertati dagli scoppi improvvisi di militanza o di forme non convenzionali di lotta. L’avere anticipato queste agitazioni diede all’operaismo una forte spinta intellettuale in controcorrente. Ma lo arrestò proprio nel momento della sua intuizione originale, portandolo a romanticizzare la rivolta proletaria concepita come un flusso di magma quasi continuo dalle fondamenta delle fabbriche. Nella metà degli anni ‘70, consapevoli che l’industria italiana stava cambiando ancora una volta e che la militanza operaia era in declino, Negri ed altri ripiegheranno sulla figura del “lavoro sociale” in generale - in pratica chiunque fosse impiegato o disoccupato, ovunque, dal capitale - come precursore dell’imminente rivoluzione. L’astrazione di questo concetto fu un segnale della disperazione e le politiche apocalittiche che l’accompagnarono portarono l’operaismo intervenire nella massificazione della cultura popolare, su un binario morto verso la fine degli anni ‘70. Il PCI, tuttavia, dopo aver smarrito i cambiamenti degli anni ‘60, non aveva imparato la lezione e non offrì nulla di meglio che la sociologia industriale. E dunque proprio quando l’economia italiana stava attraversando un ulteriore mutamento profondo durante gli anni ‘80, con l’ascesa della piccola impresa votata all’esportazione e dell’economia sommersa - il “secondo miracolo italiano”, come qualcuno lo denominò un po’ tropposperanzosamente all’epoca - il partito fu colto impreparato di nuovo e questa volta il colpo alla sua posizione di rappresentante delle masse lavoratrici fu fatale. Vent’anni dopo, così come da una parte la vittoria di Forza Italia ne avrebbe messo drammaticamente in evidenza l’incapacità di reagire in tempo ed dall’altra i trionfi della Lega ne avrebbero rivelato l’inadeguatezza a rispondere in tempo alla frammentazione del mercato del lavoro postmoderno.
Queste furono mancanze della mentalité [N.d.T. in francese nel testo] che andavano oltre al marxismo del partito, oltre al senso classico dei valori intellettuali che, per quanto avesse molte limitazioni, a suo modo fu quasi sempre onorabile e spesso ammirevole. Tuttavia, ci fu un altro lato più dannoso per l’idealismo stesso, specifico al comunismo italiano, e del quale sopporterà coscientemente le conseguenze politiche. Si tratta di un tratto strategico che non ha subito mutamento alcuno dai tempi della Liberazione ed i cui spasmi continuano ancora al giorno d’oggi. . Quando Togliatti ritornò da Mosca a Salerno nella primavera del ‘44, egli chiarì subito al partito che non ci sarebbe stato alcun tentativo di fare una rivoluzione socialista in Italia subito dopo l’espulsione della Wehrmacht, la quale s’intravedeva già. La Resistenza al nord, in cui il PCI giocava un ruolo centrale, poteva appoggiare gli eserciti Alleati presenti nel Meridione come forza principale nella lotta contro i tedeschi, ma non poteva sostituirsi ad essi e sarebbe stato l’Alto Comando Alleato a dettare le condizioni dopo l’armistizio. Dopo vent’anni di repressione ed esilio, il compito del PCI era quello di costruire un partito di massa e di avere un ruolo centrale in un’assemblea eletta per dare delle nuove basi democratiche all’Italia.
Questa era una lettura realistica dell’effettivo rapporto di forze nella Penisola e della determinazione di Washington e di Londra di non permettere nessun attacco al capitale sulla scia della sconfitta tedesca. Una sollevazione popolare nel dopoguerra non era nei piani. Togliatti, tuttavia, andò oltre questo. In Italia, la monarchia che aveva coadiuvato l’ascesa e convissuto tranquillamente col Fascismo, aveva esautorato Mussolini nell’estate del ‘43, timorosa di andare a picco con lui dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia. Dopo un breve intervallo, il re fuggì al Sud assieme a Badoglio, il conquistatore dell’Etiopia, dove gli Alleati li misero a capo di un’amministrazione regionale che era rimasta inalterata, mentre al nord i tedeschi piazzavano Mussolini al comando della repubblica fantoccio di Salò. Quando la guerra finì, l’Italia non ricevette lo stesso trattamento della Germania, ovvero quello di una nazione sconfitta, bensì fu ammonita con la denominazione “co-belligerante”. Una volta partiti gli Alleati, un governo di coalizione che comprendeva il Partito d’Azione (sinistra progressista), i socialisti, i comunisti e i democristiani doveva confrontarsi con il lascito del Fascismo e con la monarchia con cui aveva collaborato. I democristiani, consapevoli che i suoi potenziali elettori erano rimasti fedeli alla monarchia e riconoscendo che i loro naturali sostenitori nell’apparato dello Stato erano stati gli strumenti di routine del Fascismo, furono decisi ad evitare che si verificasse qualcosa di simile alla de-nazificazione avvenuta in Germania. Ma essi erano una minoranza nel consiglio dei ministri, in cui la sinistra laica aveva più spazio.
In questo frangente il PCI, piuttosto che mettere la DC sulla difensiva premendo per una purga senza compromessi dello Stato - eliminando tutti i collaborazionisti che occupavano i posti più elevati nell’apparato burocratico, nella giustizia, nell’esercito e nella polizia - la invitò a dirigere il governo e non fece più di tanto per scardinare il tradizionale apparato di potere del regime. Di conseguenza, oltre a non aver isolato la DC, Togliatti aveva fatto in modo di fare diventare il suo capo, DeGasperi , capo del governo, e in seguito si mise d’accordo con la DC - provocando lo sdegno dei socialisti - per confermare i Patti Lateranensi, siglati da Mussolini con il Vaticano. I prefetti, i giudici e i poliziotti che avevano lavorato sotto il regime furono lasciati ai loro posti. Perfino nel 1960, 62 dei 64 prefetti erano stati dei tirapiedi del Fascismo, e così tutti i 135 capi dirigenti della polizia di stato. Per quanto riguarda i giudici e gli ufficiali, i tribunali irriducibili prosciolsero i torturatori del regime e condannarono i partigiani che avevano lottato contro di loro, dichiarando retroattivamente regolari i combattenti della Repubblica Fascista di Salò, ed illegali quelli della Resistenza - questi ultimi quindi punibili con l’esecuzione sommaria dopo il 1943, i primi senza alcuna sanzione penale dopo il 1945. Queste mostruosità furono una diretta conseguenza delle azioni del PCI. Togliatti stesso, in veste di ministro della giustizia, promulgò un’amnistia nel giugno del ‘46 che li riabilitava. Un anno dopo, il partito fu ricompensato con l’espulsione dal governo da parte di DeGasperi, il quale non ne aveva più bisogno.
La storia del dopoguerra in Italia sarebbe stata dunque completamente diversa da quella della Germania, dove non c’era stata una Resistenza popolare. Il Nazismo venne distrutto sia dalla misura della sconfitta militare, che dallo sradicamento portato avanti dall’occupazione Alleata. Nella Repubblica Federale, il Fascismo non poté risollevarsi mai più. In Italia, per contrasto, la Resistenza tramandò un’ideologia di anti-fascismo patriottico, la cui retorica ufficiale era onnipresente, di cui il PCI fu adepto e capo indiscusso, coprendo l’effettiva continuità del Fascismo, sia nel corpus legislativo, sia nell’apparato burocratico, ma anche come credo e movimento politico apertamente proclamato. Rifondato col nome di MSI, il partito Fascista si ritrovò presto ad occupare i banchi del Parlamento e, dietro la figura del suo capo, GiorgioAlmirante , fu infine accettato anche dalla classe dirigente. Esaltando le leggi razziali di Mussolini, questo personaggio aveva detto ai suoi connazionali nel 1938 che “il razzismo è il più vasto e il più coraggioso riconoscimento di sé stessa che l’Italia avesse mai fatto” e nel 1944, dopo che Mussolini fu aerotrasportato a nord dai tedeschi, che coloro i quali non si fossero arruolati nelle milizie della Repubblica di Salò sarebbero stati fucilati alla schiena. QuandoAlmirante morì negli anni ‘80, la vedova di Togliatti si trovava tra quelli che parteciparono al funerale. Oggi, Gianfranco Fini, il suo erede designato, è il Presidente della Camera dei Deputati e il probabile successore di Berlusconi come Presidente del Consiglio.
Al di là delle facili critiche a questo percorso, quello che risulta più dannoso nel ruolo giocato dal PCI è la sua futilità auto-distruttiva. Quando ebbe l’occasione di indebolire la Democrazia Cristiana infierendo con un antifascismo intransigente, separandola dall’elettorato reazionario che aveva sostenuto il regime, fece l’opposto, aiutando la DC a consolidarsi nel ruolo di forza dominante del Paese dando un colpo di spugna al passato di collaborazionismo col regime. In questa debacle, il comportamento del partito non aveva una scusante internazionale. La rivoluzione poteva essere esclusa dall’Italia del dopoguerra, ma nel 1946 gli Alleati avevano essenzialmente abbandonato il paese e non erano in grado di fermare una epurazione del Fascismo. L’ingenuità di Togliatti, raggirato strategicamente da DeGasperi , non può essere spiegata appellandosi alle ingerenze esterne. Si fondava bensì sulla concezione strategica che egli aveva tratto da Gramsci, interpretata attraverso la rete di Croce e i suoi predecessori. L’inseguimento del potere politico, scriveva Gramsci, richiedeva due tipi di strategie, i cui termini egli prese dalla teoria militare, una guerra di posizione e una di manovra: da una parte una guerra di trincea o d’assedio e dall’altra una mobilitazione d’assalto.
La Rivoluzione Russa è un esempio del secondo caso; una rivoluzione nel mondo Occidentale avrebbe richiesto la prima, per un periodo di tempo considerevole, prima di passare alla seconda fase. Proprio come aveva annacquato il concetto gramsciano di egemonia trasformandolo in un semplice momento consensuale, fissandolo fondamentalmente nella società civile, allo stesso modo sotto la direzione di Togliatti il PCI ridusse la sua concezione di strategia politica ad una mera guerra di posizione, cercando di aumentare la sua influenza sulla società civile, come se nessuna tipologia di guerra di movimento - l’imboscata, la carica improvvisa, l’accerchiamento veloce, la cattura dei nemici di classe o dello stato a sorpresa - fosse più necessaria in Occidente. Nel 1946-47, DeGasperi e i suoi colleghi non commisero lo stesso sbaglio.
Arrivati al 1948 l’entusiasmo popolare seguito alla Liberazione andava spegnendosi. L’inizio della Guerra Fredda portò con sé la sconfitta elettorale e si dovettero aspettare altri 20 anni prima che una nuova ondata di ribellione politica si manifestasse in Italia. E quando arrivò, la rivolta generazionale sul finire degli anni ‘60 che mise insieme gli studenti e i giovani lavoratori, durò più a lungo ed ebbe conseguenze più profonde che da nessuna altra parte in Europa. Con l’arrivo del successore di Togliatti, Luigi Longo, in qualche modo più agguerrito e meno diplomatico, il PCI non reagì in maniera così negativa nei confronti della rivolta studentesca come ilPCF in Francia. Ma non riuscì nemmeno ad avanzare delle proposte creative, fallendo sia nello stabilire un legame con la cultura di strada con la quale, in lungo e in largo interagì dinamicamente per qualche tempo - il passato dei classici Marxisti e Bolscevichi, il presente dei graffiti con le bombolette spray- sia nel rinnovare il proprio bagaglio di concetti strategici sempre più stagnante. Quando un’opposizione critica nei confronti di questa inazione sorse all’interno del partito sotto forma del gruppo del Manifesto - con un taglio più autenticamente gramsciano e che possedeva una maggiore intelligenza politica degli operaisti all’esterno - la classe dirigente del PCI li espulse senza pensarci due volte.
La scomunica arrivò durante l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, condannata senz’appello dal Manifesto. In questo caso, a fianco all’idealismo innato sin dalla sua nascita, troviamo la seconda ragione per la continua paralisi strategica del comunismo italiano. Per quanto flessibile in altri ambiti, il PCI rimase stalinista sia nelle sue strutture interne che nei suoi legami con lo Stato Sovietico. Disperati per via del governomonopartitico di un’intorpidita Democrazia Cristiana, i sostenitori liberali del partito - e ce ne sarebbero stati molti nel corso degli anni - avrebbero manifestato di continuo ammirazione per l’assennata moderazione interna del PCI, eppure si sarebbero esasperati se esso avesse compromesso questo impeccabile merito per via dei suoi legami con l’USSR e le norme organizzative che da esso derivavano. In realtà, entrambi erano strutturalmente collegati. Dalla svolta di Salerno in poi, la moderazione del partito era una compensazione per i suoi legami con Mosca, non una contraddizione. Proprio perché poteva essere sempre messo alla prova per via della sua parentela sospetta con la terra della Rivoluzione d’Ottobre, doveva strafare per dare continuamente prova della propria innocenza da qualsiasi accusa di voler emulare quel troppo famoso modello di cambiamento. La zavorra di una colpa putativa e la ricerca di una rispettabilità liberatoria andavano di pari passo. Il membro del partito più apertamente a destra, il formidabile GiorgioAmendola , ammoniva il partito contro ogni tolleranza nei confronti della rivolta studentesca, mentre si recava regolarmente in Bulgaria per le sue vacanze in famiglia, personificando i meccanismi di questo dualismo.
Incapace di guidare e di sviluppare le rivolte sul finire degli anni ‘60 e dei primi anni ‘70, il PCI si rivolse ancora una volta alla Democrazia Cristiana, con l’illusoria speranza che la DC avesse cambiato il suo modo di fare e che ora fosse disponibile a collaborare col partito al governo del paese - Cattolicesimo e Comunismo uniti in un “compromesso storico” per difendere la democrazia italiana contro i pericoli dei sovversivi e le tentazioni del consumismo. Proponendo questo patto nel 1973, subito dopo avere preso le redini del partito,Berlinguer chiamò in causa l’esempio del Cile, in cui Allende era appena stato rovesciato, come un avvertimento sul potenziale scoppio di una guerra civile nel caso in cui la sinistra - comunisti e socialisti insieme - tentasse mai di governare il paese sulla base di una mera maggioranza aritmetica nell’elettorato. Non si poteva avanzare argomento più palesemente ingannevole. Non c’era il benché minimo rischio di una guerra civile in Italia, in cui perfino i casi di violenza che si erano verificati - il caso peggiore era stato quello dell’attentato di Piazza Fontana a Milano ad opera del terrorismo di estrema destra - avevano avuto un’influenza minima sulla vita politica del paese nel suo complesso. Ma appena il PCI aprì le braccia alla DC, i gruppi rivoluzionari a sinistra del partito nati dalle rivolte studentesche intuirono il profilarsi di un gruppo dirigente parlamentare monolitico, un governo senza opposizione e decisero di intraprendere un’azione diretta contro di esso. I primi attacchi letali delle Brigate Rosse si verificarono l’anno successivo.
Tuttavia il sistema politico non era in pericolo. Le elezioni del 1976, in cui il PCI ottenne buoni risultati, si svolsero in perfetta tranquillità. Sulla scia delle elezioni, la DC accettò gentilmente l’appoggio comunista per i governi della cosiddetta “solidarietà nazionale” guidata da Giulio Andreotti, senza alterare le sue politiche e senza concedere alcun ministero al PCI. Venne aumentata la legislazione repressiva, che limitava le libertà civili in modo gratuito. Due anni dopo, le Brigate Rosse rapirono a Roma il più influente capo della DC, Aldo Moro, esigendo la liberazione dei propri prigionieri in cambio della sua libertà. Durante i suoi 55 giorni di prigionia, temendo di essere abbandonato dal proprio partito, Moro scrisse ai suoi colleghi di partito una serie lettere sempre più amareggiate, diventando una chiara minaccia per Andreotti in caso di sua liberazione. Durante questa crisi, ancora una volta il PCI non dimostrò né umanità né senso comune, condannando qualsiasi negoziato per assicurare la liberazione di Moro più duramente della dirigenza stessa della DC, che era comprensibilmente divisa.
Moro fu puntualmente abbandonato al proprio destino. Se fosse rimasto in vita, il suo ritorno avrebbe sicuramente diviso la Democrazia Cristiana ed avrebbe probabilmente posto fine alla carriera di Andreotti. Il prezzo della sua salvezza era irrilevante. Le Brigate Rosse, un piccolo gruppo che obiettivamente non pose mai una seria minaccia alla democrazia italiana, difficilmente sarebbe stato rafforzato dal rilascio di alcuni dei suoi associati, i quali sarebbero stati sotto stretta sorveglianza da parte della polizia appena lasciato il carcere. L’idea che il prestigio dello Stato non poteva sopravvivere a una tale resa, oppure che migliaia di nuovi terroristi sarebbero spuntati sulla scia del rilascio, era poco più che un’isteria interessata. I socialisti se ne resero conto e si impegnarono per le trattative. Più papisti del Papa, i comunisti, avendo la preoccupazione di dimostrare che essi erano il più solido di tutti i baluardi dello Stato, sacrificarono una vita e salvarono la loro vendetta invano. La DC non dimostrò alcuna gratitudine. Una volta usati, Andreotti - un maestro del tempismo, più abile dello stesso DeGasperi - li mise da parte. Quando vennero le elezioni del 1979, il PCI perse un milione e mezzo di voti e si trovò di nuovo da solo. Il “compromesso storico” non aveva fruttato altro che la disillusione tra i propri elettori e l’indebolimento della propria base. Quando l’anno successivoBerlinguer chiese agli operai della Fiat, minacciati da licenziamenti in massa, di occupare le fabbriche, il suo appello non trovò risposta. L’ultima grande agitazione sindacale di cui il partito sarebbe mai stata partecipe fu velocemente schiacciata.
Cinque anni dopo, riflettendo amaramente sulla politica nel suo paese, Giovanni Sartori sottolineava che Gramsci aveva avuto ragione nel distinguere tra una guerra di posizione e una di movimento. I grandi leader - Churchill o De Gaulle - capirono la necessità di fare delle guerre di movimento. In Italia, i politici potevano concepire soltanto la guerra di posizione. Egli stesso aveva sempre pensato che il titolo del famoso volume diOrtega y Gasset, España Invertebrada, sarebbe ancora di più adatto per l’Italia, in cui la Controriforma aveva creato una radicata abitudine al conformismo e in cui le continue invasioni e conquiste straniere avevano fatto degli italiani un popolo di specialisti nella sottomissione. Scevra di una qualsiasi élite con la stoffa, questa è stata una nazione senza spina dorsale.Sartori non parlava a casaccio. I suoi destinatari erano i membri di quella classe politica che lui stesso aveva descritto. A questo punto, il PCI era scomparso, Berlusconi era al potere e il suo scopo principale era chiaro: proteggere sé stesso e il suo impero dalla legge. Le misure adpersonam per riuscirci, approvate in fretta dalle Camere, arrivarono sulla scrivania del presidente. La presidenza italiana non è una carica totalmente onorifica. Il Quirinale non solo nomina il Presidente del Consiglio, il quale viene successivamente ratificato dal Parlamento, ma può anche bloccare le nomine ministeriali e rifiutarsi di firmare le leggi. Nel 2003 il titolare della carica era l’ex presidente della Banca d’Italia, CarloAzeglio Ciampi, vanto del centro-sinistra che era stato a capo dell’ultimo governo della Prima Repubblica, poi ministro delle finanze durante il primo governo Prodi, ed è oggi senatore per il Partito Democratico.
Imperturbabile, Ciampi firmò leggi eccezionali non solo per consolidare la morsa di Berlusconi sulla televisione, ma anche per garantirgli immunità dai processi — un’immunità della quale Ciampi stesso, da Presidente, poteva beneficiare, mentre vi apponeva la sua firma. Fuori dal Quirinale, strazianti appelli a lume di candela per le strade lo pregavano di non firmare. Ma gli eredi del comunismo non sollevarono obiezioni. Difatti era dai ranghi del centro-sinistra stesso che era venuta la prima bozza della legge sull’immunità. Se la stampa si era torta le mani al riguardo della legge, il Presidente - il quale secondo la Costituzione si presupponeva fosse super partes e trattato con la necessaria riverenza - non fu messo in dubbio. Solo una significativa voce nazionale si sollevò, non in modo lamentoso, ma in modo caustico, contro Ciampi. Venne da Sartori, un liberale conservatore, che chiese a Ciampi pubblicamente se esisteva, sprezzantemente soprannominandolo “coniglio” per la sua codardia.
Oggi è un ex comunista - Giorgio Napolitano, capo della fazione di estrema destra del PCI dopo la morte di Amendola - che siede al Quirinale. Al momento della sua elezione, la prima legge sull’immunità era stata spazzata via dalla Corte Costituzionale. Ma quando la legge furiconfezionata - è il caso di dirlo, un cambiamento solo di facciata- e la sostanza della stessa normativa fu votata di nuovo dalla maggioranza di Berlusconi in Parlamento, il presidente della rappresentanza parlamentare post-comunista in Senato, ben lontano dall’opporsi ad essa, spiegò che il Partito Democratico in teoria non aveva obiezioni, sebbene forse sarebbe stato meglio applicarla sono nella prossima legislatura.Napolitano non perse tempo su tali questioni di principio, firmando la legge il giorno stesso in cui gli fu presentata. Ancora una volta, le uniche voci che si sollevarono a denunciare questa ignominia furono liberali o apolitiche,Sartori e una manciata di spiriti liberi - immediatamente rimproverati di mancare di rispetto al capo dello stato dalla stampa di sinistra, compiacente non solo ai Democratici ma persino a Rifondazione. Questa è la sinistra invertebrata [in italiano nel testo, N.d.T.] oggi in Italia.
Le inarrestabili congiunture storiche - la fine dell’esperienza sovietica; la contrazione, o disintegrazione, della classe operaia tradizionale; l’indebolimento della previdenza sociale; l’espansione dellavideosfera; il declino dei partiti - hanno esercitato enormi pressioni sulla sinistra ovunque in Europa, danneggiando un po’ tutti. La caduta del Comunismo Italiano è, da questo punto di vista, parte di una storia più ampia, che va al di là di ogni biasimo . Tuttavia da nessun’altra parte è stata sprecata un’eredità tanto importante. Il partito che è stato battuto in astuzia da DeGasperi e Andreotti, che omise di epurare il fascismo o dividere il clericalismo, era ancora una forza in espansione di notevole vitalità, al di là delle sue ingenuità strategiche. I suoi discendenti hanno complottato con Berlusconi, senza l’ombra di una giustificazione, ben consapevoli di chi lui fosse e di cosa stessero facendo. Ora è disponibile una notevole quantità di riscontri che smaschera Berlusconi, sia in Italia che all’estero, che include almeno tre ricerche di primo piano in inglese. Ma e’ impressionante come tutte questa ricerche diventino innocue quando affrontano il ruolo del centro-sinistra nell’aiutare Berlusconi a fare tabula rasa e a radicare il suo potere. La complicità dei suoi Presidenti nella serie di tentativi di metterlo - e mettersi - al di sopra della legge non è un’anomalia, ma è parte di un coerente modello che ha visto gli eredi del Comunismo italiano permettergli di mantenere ed espandere il suo impero mediatico, a dispetto di quella che una volta era la legge; non alzare un dito per occuparsi del suo conflitto di interesse; far uscire di prigione il suo braccio destro e non pochi altri criminali milionari; e ripetutamente cercare di concludere accordi elettorali con lui, alle spese di qualsiasi principio democratico, per beneficiarne loro stessi.
Alla fine di tutto questo, non solo sono rimasti a mani vuote come i loro predecessori, ma persino definitivamente svuotati di criterio e coscienza. E che cosa è accaduto al grande baluardo della cultura di sinistra in Italia? Aveva già cominciato a sbriciolarsi molto prima, dalla base delle sue fondamenta minate insieme a quella che fu la fortezza dello stesso partito di massa. Come in Germania, lo spostamento a destra arrivò inizialmente nel campo della storia, con una rivalutazione della dittatura del paese fra le due guerre. Il primo volume della biografia di Mussolini di Renzo De Felice, che copre gli anni fino alla fine della Prima Guerra Mondiale, fu pubblicato nel 1965. Ma non fu prima del quarto volume, che si occupava del periodo dalla Grande Depressione fino all’invasione dell’Etiopia, apparso nel 1974 - seguito un anno più tardi dal libro-intervista alneoconservatore americano Michael Leeden , successivamente figura di rilievo nel caso Iran-Contra - che questa ampia iniziativa ebbe un impatto di grande forza sull’opinione pubblica, attraendo una raffica di critiche da parte della sinistra per la riabilitazione del fascismo. Quando uscì il quinto volume, all’inizio degli anni ottanta, De Felice era diventato un’autorità accettata, che godeva di facile accesso ai media - appariva sempre più spesso in televisione - la cui credibilità in Italia non veniva quasi più messa in dubbio. Ben presto De Felice richiese la fine dell’anti-fascismo come ideologia ufficiale in Italia. Alla metà degli anni novanta egli spiegava che il ruolo della Resistenza, in quella che in realtà era una guerra civile al nord nella quale era stato sottovalutato il lealismo alla Repubblica di Salò, aveva bisogno di essere demistificato. Il suo ottavo e ultimo volume, incompleto alla sua morte, uscì nel 1997. In totale, De Felice dedicò 6500 pagine alla vita di Mussolini, più di tre volte la lunghezza della biografia di Hitler diIan Kershaw e proporzionalmente più lunga anche della biografia autorizzata della vita di Churchill di Martin Gilber: il più grande monumento individuale a un leader del ventesimo secolo.
La qualità di questa opera, malamente scritta e spesso arbitrariamente composta, non é mai stata all’altezza della sua vastità. I suoi punti di forza risiedono nella infaticabile ricerca archivistica di De Felice e nella sua insistenza su alcune verità ineccepibili , principalmente che i militanti del fascismo come movimento provenivano più che altro da una classe medio-bassa, che il fascismo come sistema attraeva il sostegno di uomini d’affari, burocrati e delle classi più alte in generale e che al suo culmine, il regime controllava un vasto consenso popolare. Queste scoperte, nessuna delle quali particolarmente originali, si trovano incoerentemente accostate a dichiarazioni secondo le quali il fascismo sarebbe stato l’erede dell’illuminismo, che non aveva niente a che fare col nazismo, che il suo crollo causò la morte della nazione italiana, e, come se non bastasse, si accompagnavano ad un modo, assolutamente indulgente e sproporzionato, di ritrarre Mussolini come un grande - anche se imperfetto - statista concreto. A livello intellettuale, De Felice non aveva né il repertorio concettuale né l’ampiezza di interessi di Ernst Nolte, il cui primo libro aveva preceduto il suo. Ma il suo effetto fu molto più forte, non solo a causa della vastità della sua erudizione, o persino del fatto - fondamentale per quanto ovvio - che in Germania il fascismo era stato discreditato in maniera ben più assoluta che in Italia, ma anche perché alla fine della sua carriera c’era rimasto ben poco della cultura ufficiale del dopo guerra che lui si era proposto di contestare. È significativo che la più radicale demolizione del suo pensiero venne da Danis Mack Smith in Inghilterra, piuttosto che da uno storico italiano.
Ma se non c’era una vera controparte all’Historikerstreit [¤] in Italia, dove De Felice sentiva di aver raggiunto la maggior parte dei suoi obiettivi, era anche evidente uno spostamento meno netto di energie intellettuali verso la destra che in Germania. Il principale successore di De Felice, Emilio Gentile, si è dedicato ad ampliare il tema familiare che le politiche di massa del ventesimo secolo fossero versioni secolarizzate di fede soprannaturale, dividendole in stili maligni - comunismo, nazismo, nazionalismo - includendo fanatiche religioni politiche e forme più accettabili, in particolare il patriottismo americano, che costituiscono religioni “civili”: il totalitarismo opposto alla democrazia adorno di sacralità. Questa è una interpretazione che ha conquistato più di un seguito negli Stati Uniti o in Inghilterra che nella stessa Italia. Lo stesso, paradossalmente, si potrebbe dire degli ultimi frutti dell’operaismo [in italiano nel testo, N.d.T] a sinistra. Là il sobrio spirito della ricerca operaia era passato a miglior vita con la morte prematura diPanzieri alla metà degli anni sessanta e in seguito all’impeto di Tronti e del giovane - e allora ugualmente appassionato- critico letterario Alberto Asor Rosa, le sue prospettive subirono due drastici cambiamenti di rotta.
Da Tronti venne la convinzione che la classe operaia, lungi dal dover sopportare trasformazioni economiche sotto l’influenza del capitale, ne fosse l’artefice, imponendo ai datori di lavoro e allo stato i cambiamenti strutturali di ciascuna fase di accumulazione. Il segreto dello sviluppo giaceva non nell’impersonale richiesta economica di redditività proveniente dall’alto, ma nella pressione delle lotte di classe provenienti dal basso. DaAsor Rosa proviene il ragionamento che la “letteratura impegnata” fosse un’illusione populista, poiché la classe operaia non poteva sperare di trarre beneficio dalle arti o dalle lettere in un mondo moderno in cui la cultura in quanto tale era irrimediabilmente borghese, per definizione. Non seguirono né rozzo conformismo né semplicità alla Tolstoy. Piuttosto, fu solo l’alto modernismo di Mann, Proust, Kafka o Svevo, e l’avanguardia radicale, fino a Brecht, ma non oltre, ad avere importanza in letteratura - ma come testimonianze, di incomparabile invenzione formale, delle contraddizioni interne dell’esistenza borghese, non come un testamento di qualunque utilità per il mondo operaio. L’abisso fra i due non poteva essere colmato nemmeno dalle migliori intenzioni rivoluzionarie di unMayakovsky: era fondamentale.
” Per la creazione di letteratura di qualità, il socialismo non è stato essenziale. Per fare la rivoluzione, gli scrittori non saranno essenziali. La lotta di classe prende una strada diversa. Ha altre voci per esprimersi, per farsi capire. E la poesia non può sostenerla. Poiché la poesia, quando è eccezionale, parla una lingua nella quale le cose - le cose dure che parlano di lotta e vita quotidiana - hanno già assunto il valore esclusivo di un simbolo, di una metafora gigantesca del mondo: e il prezzo, spesso tragico, della sua grandezza è che ciò che dice sfugge alla pratica, per non ritornarci mai più.”
Quando questo fu scritto, il destinatario era la linea ufficiale del PCI, al di là del quale c’era Gramsci, che aveva creduto che il movimento comunista fosse il legittimo erede della più alta cultura europea, dal Rinascimento, dalla Riforma e dall’Illuminismo in poi, e che tra i problemi da risolvere in Italia ci fosse la mancanza di una letteratura popolare nazionale. Ma, con lo sbocciare degli sconvolgimenti della fine degli anni ‘60, in primo luogoTronti e poi Asor Rosa decisero che sarebbe stato molto più sensato lavorare all’interno del PCI - dove, dopotutto, si sarebbe dovuta trovare la classe operaia - e non al di fuori di esso. Con questo passo,Tronti traspose la sua visione della supremazia delle lotte in fabbrica nelle attività del partito nella società, radicalizzandola nella teoria dell’autonomia della politica dalla produzione. Più giovane di Asor Rosa o di Tronti, intellettualmente il più ambizioso nel trio, Massimo Cacciari quindi completò quello che avevano iniziato, non solo separando la cultura e l’economia dalla politica rivoluzionaria, ma proponendo una dissociazione sistematica di tutte le sfere della vita moderna e di pensiero, separandoli come tanti campi tecnici, ognuno intraducibile negli altri. In comune c’era solo la loro crisi, altrettanto visibile nella fisica di fine secolo, l’economia neoclassica, l’epistemologia canonica, la politica liberale, per non parlare della divisione del lavoro, le operazioni di mercato e l’organizzazione dello Stato. Solo il “pensiero negativo” era stato in grado di cogliere la profondità di questa crisi -Schopenhauer, Nietzsche, Wittgenstein, Heidegger. Rifiutavano ciò a cui Hegel aveva aderito: la sintesi dialettica di qualsiasi tipo.
Il PCI, che aveva sempre tollerato le divergenze teoriche finché non minacciavano di disturbare la politica, accolse i sostenitori del pensiero negativo senza difficoltà - in quel momento non era più in grado di impegnarsi criticamente con idee così esotiche. Sensible al prestigio di cui sarebbero venuti a godere, a tempo debito ha assicurato loro onorificenze nella sfera politica di cui avevano sostenuto l’autonomia.Cacciari diventò un deputato del PCI, prima di continuare a fare carriera come sindaco di Venezia, dove ora si trova; Tronti e Asor Rosa sono stati poi nominati senatori. Inevitabilmente, il prezzo di questa integrazione in un partito che era caduto così rovinosamente sul terreno del potere che avevano scelto, fu la scomparsa dell’operaismo come modello coerente. Venti anni dopo, divenuto il PCI solo un ricordo,Asor Rosa avrebbe scritto un malinconico bilancio della sinistra italiana, alla quale lui e Tronti sono rimasti a loro modo fedeli, mentre Cacciari oggi è vanto del Partito democratico, che combina - come si addice ad un ammiratore di Wittgenstein - tecnicismo e misticismo in una politica altrimenti molto simile a quella del New Labour. L’eredità intellettuale del pensiero negativo era poco più di un arido culto di specializzazione e contemporanea depoliticizzazione, per coloro che sono venuti dopo.
Al crocevia della fine degli anni ‘60, Negri è andato nella direzione opposta, sostenendo non un patto per la modernità tra il capitale e il lavoro organizzato sotto l’egida del PCI, ma una spirale di conflitti tra la classe operaia e lo Stato, entrambi disorganizzati - o disoccupati -, tendenti verso la lotta armata e la guerra civile. Dopo la frantumazione dell’”autonomia”, di cui egli era stato il teorico, e dopo il suo arresto ad opera di un magistrato comunista per le accuse infondate di aver organizzato la morte di Moro, l’esilio in Francia produsse un flusso costante di pubblicazioni, la più rilevante delle quali è su Spinoza. Qui fu preparata la metamorfosi dell’operaio al di fuori delle fabbriche della fine del XX secolo, l’”Autonomia Operaia”, nella figura tipicamente settecentesca della “moltitudine” nel saggio “Impero”, scritto conMichael Hardt , apparso negli Stati Uniti ben prima che in Italia. Da quando ha raggiunto la fama, l’impatto internazionale di Negri è stato maggiore della sua influenza nazionale, sebbene esista un seguito di giovani. Lo stesso vale per GiorgioAgamben, un membro recente di questa galassia, che condivide molti punti di riferimento - Heidegger, Benjamin, Schmitt - con Cacciari, ma con un punto di flesso politico separato.
Messe a paragone, le somiglianze dell’operaismo con correnti del gauchisme che fiorì in Francia durante il decennio fra il 1965 e il 1975 sono stupefacenti - soprattutto per la mancanza di qualunque contatto diretto fra essi. Sembra che ci sia stata una concordanza oggettiva che ha portato i pensatori di “Socialisme ou barbarie” [N.d.T. in francese nel testo] lungo le stesse traiettorie dei pensatori di “Contropiano”, da un operaismo radicale a un soggettivismo anti-fondante- sebbene negli ultimi Negri o Agambet, con le loro citazioni a Deleuze o Foucault, le correnti italiana e francese si sono unite l’una all’altra. Il risultato contraddittorio delle due esperienze può essere spiegato per lo più dalle differenze nella situazione nazionale. In Francia, ilPCF non offriva allettamenti e la rivolta di maggio-giugno 1968 è stata tanto breve quanto spettacolare. In Italia, dove la ribellione popolare è durata molto di più, il comunismo era meno chiuso e i pensatori erano significativamente più giovani, l’ombra lunga dell’operaismo rimane maggiore anche se confinata ai margini.
Il recupero del fascismo a destra, la scomparsa dell’operaismo a sinistra, hanno riposizionato lo spazio del centro, in cui le versioni secolari e clericali del “juste milieu” sono coesistite secondo tradizione. Paradossalmente, il disfacimento della Democrazia Cristiana, che ha concluso il governo di un partito preponderantemente cattolico, anziché ridurre il ruolo della religione nella vita pubblica, lo ha ridistribuito più ampiamente che mai attraverso tutto lo spettro politico. Infatti gli elettori della DC non solo si sono divisi spesso in parti uguali tra il centro-destra e il centro-sinistra, ma si sono anche rivelati come il settore dell’elettorato più volitivo, diventando così un fattore decisivo sempre più gradito dai due blocchi in competizione.
Per conquistarli, gli ex capi del PCI, per non parlare degli ex-radicali, si sono superati l’un altro nel mostrare la loro personale sensibilità religiosa, la loro partecipazione alla messa fin dalla più tenera età, la loro vocazione spirituale ed altri requisiti di una politica post-laica. In effetti, ciò che la Chiesa ha perso abbandonando un partito di massa dalla rigorosa obbedienza, l’ha riguadagnato con la diffusione di una più pervasiva, e più discreta, influenza nella società nel suo complesso. Con tale influenza, la Chiesa è scesa a livelli di superstizione dimenticati da molti anni: il frutto dell’occupazione del trono pontificio da parte diWojtyla , periodo in cui sono state pronunciate più beatificazioni (798) e santificazioni (280) che nei cinque secoli precedenti messi insieme - il numero di miracoli necessari per la santificazione è stato dimezzato - e il bizzarro culto di Padre Pio - un cappuccino divinamente colpito da stigmate nel 1918, autore di ogni genere di gesta soprannaturali - giunse a tal punto che la stampa più autorevole è riuscita a discutere, in tutta serietà, sulla veridicità dei suoi trionfi al di sopra delle banali leggi scientifiche.
E’ plausibile che una cultura laica, arrivata a questo grado di compiacenza della fede, sia meno combattiva verso il potere. Sotto la Seconda Repubblica, il parere degli organi centrali della cultura scritta italiana ha raramente deviato dalle opinionineoliberali del periodo. La maggior parte della produzione scritta di questo periodo è indistinguibile da quella che si potrebbe rinvenire sui giornali in stile neo-tabloid in Spagna, Francia, Germania, Inghilterra o altrove. Nessun commentatore che si rispetti si è trattenuto dal richiedere riforme per curare i mali della società, per i quali il rimedio è sempre stato la necessità di una maggiore concorrenza nel settore dei servizi e dell’istruzione, maggiore libertà per il mercato della produzione e del consumo e uno Stato più rigoroso e razionale, con variazioni che modificano solo gli edulcoranti da offrire a coloro che ricevono i necessari aggiustamenti.
Questo genere di conformismo è stato così universale che sarebbe stato impensabile attendersi che gli editorialisti ed i giornalisti italiani mostrassero maggiore indipendenza di giudizio. L’atteggiamento della stampa nei confronti della legge è un’altra questione. Dopo aver cavalcato l’onda - a seguito dell’offensiva alla corruzione lanciata dai giudici - contro la classe politica della Prima Repubblica, la stampa si è invece dimostrata oltremodo condiscendente da quando Berlusconi si è affermato come pietra angolare del nuovo ordine, limitandosi per lo più a critiche pro forma, senza mai sfiorare la guerre à l’outrance [N.d.T. in francese nel testo] che davvero avrebbe potuto procurargli seri problemi fino a spazzarlo via dalla scena.
Per farlo, i suoi strali avrebbero dovuto essere rivolti non solo contro lo stesso Berlusconi, ma anche contro quei giudici che lo hanno regolarmente prosciolto, quelle leggi che hanno reso nulle tutte le accuse contro di lui, gli incarichi presidenziali che gli hanno garantito l’immunità, ed il centro-sinistra che ha fatto di lui un interlocutore accettabile e persino apprezzato. Nulla di tutto ciò avrebbe potuto essere più lontano dal tenore generale della stampa di questi anni, dove le denunce di malcostume sono regolarmente stemperate con timore reverenziale e servilismo. L’anomalia di questo stato di cose viene inoltre evidenziata dalle rare eccezioni ad esso. Tra queste, uno si distingue sopra tutti, il cronista Marco Travaglio, le cui implacabili denunce, non solo dei crimini di Berlusconi o Previti ma dell’intero sistema di connivenze che li protegge, non ultime quelle della stampa stessa, hanno pochi eguali nel mondo addomesticato del giornalismo europeo di questi anni. Come è facilmente intuibile, Travaglio, che vende centinaia di migliaia di copie dei suoi libri, è un personaggio della destra liberale, che esprime se stesso con una ferocia ed una libertà di espressione, del tutto sconosciuti alla sinistra.[†]
In Europa - questo non succede, almeno non nello stesso modo, in America - il mondo dei media di regola riflette, più di quanto non crei, le condizioni di una cultura, la cui qualità in ultima analisi dipende molto di più dallo stato delle sue università. In Italia, notoriamente, queste ultime sono rimaste arretrate e mancano di finanziamenti, molte facoltà soffrono a causa dell’intricata burocrazia e dei domini baronali. Ne è risultata una costante emorragia delle migliori menti del paese verso impieghi all’estero. Praticamente ogni disciplina è stata colpita, come mostra la lista dei principali studiosi stabiliti o residenti per lunghi periodi di lavoro negli Stati Uniti: Luca Cavalli-Sforza nella genetica, GiovanniSartori nelle scienze politiche, Franco Modigliani nell’economia, Carlo Ginzburg nella storia, Giovanni Arrighi nella sociologia, Franco Moretti nella letteratura, e molti altri nomi di giovani che si potrebbero aggiungere ad essi. Non si tratta di un diaspora in senso stretto, dal momento che quasi tutti hanno mantenuto i loro legami con l’Italia e che molti partecipano ancora in un modo o nell’altro alla sua vita intellettuale, tuttavia la loro assenza ha ovviamente indebolito la cultura dalla quale provengono.
Se un prezzo tale dovrà essere pagato in seguito alle circostanze degli anni recenti resta da vedere. Alla luce di tutto ciò, le possibilità restano scarse. Ma sarebbe un errore sottovalutare la consistenza delle riserve alle quali il paese può attingere. Basta un’occhiata alla Spagna, la cui modernizzazione è spesso portata ad esempio dall’autocritica di certi italiani come un modello di ciò che per loro è un’occasione mancata, per ricordare queste risorse. Anche se la sua crescita economica è stata superiore, i sistemi di trasporto più veloci, le istituzioni politiche più efficaci, la criminalità organizzata meno diffusa e lo sviluppo locale più costante - tutti miglioramenti reali a paragone con l’Italia - la Spagna resta al confronto una cultura provinciale, con una vita intellettuale molto più impalpabile e trascinata, la cui relativa arretratezza è sottolineata dalla modernità che la circonda. Nonostante un paese in sfacelo, il contributo italiano alla letteratura contemporanea è ditutt’altra portata.
Nessun paese in Europa in effetti ha prodotto di recente un monumento di conoscenza globale simile ai cinque volumi sulla storia internazionale e la morfologia del romanzo editi da Moretti e pubblicati da Einaudi; un’impresa di una grandezza tipicamente italiana, delle cui dimensioni un lettore anglofono può solo avere un’idea parziale nella versione ridotta stampata da Princeton, che è parsimoniosa in spirito e affinità. Né è difficile trovare degli esempi di una continua capacità italiana di mettere in discussione all’estero i dogmi ricevuti (in patria). Un esempio di ciò è costituito dal libro “Il filo e le tracce” di CarloGinzburg, per non parlare del suo saggio con la ricostruzione di Dumézil , un’opera mai tentata dagli storici francesi; un altro è il recente libro sulla democrazia dell’emerito classicista Luciano Canfora, libro che è stato censurato dal suo furioso editore in Germania. Un terzo esempio è la demolizione della “giustizia internazionale” da parte dello scienziato politicoDanilo Zolo. Queste tradizioni non muoiono facilmente.
E cosa si può dire dell’opposizione politica, al di là dell’attuale sistema multipartitico? Dalla metà degli anni ‘60 in poi, il comunismo italiano ebbe un’altra corrente, non ufficiale né operaista, che rimase più autenticamente gramsciana di qualunque altra cosa potesse essere offerta o persino tollerata dai dirigenti. Espulso nel 1969, il gruppo del Manifesto centrato intorno a Lucio Magri, RossanaRossanda e Luciana Castellina , andò avanti con la creazione del giornale che porta lo stesso nome ancora oggi, l’unico quotidiano veramente radicale in Europa. Negli anni, proprio questa corrente ha prodotto l’analisi strategica di gran lunga più coerente e incisiva dei problemi che la sinistra e il Paese intero si trovano ad affrontare; una eredità diHegel, non a caso, che fornisce degli strumenti più adeguati rispetto alla seduzione esercitata da Heidegge . Oggi il suo insegnamento sta nel suo equilibrio, con i suoi tre protagonisti principali che scrivono memorie della loro esperienza, ciascuna delle quali sarà estremamente significativa. Il primo libro ad apparire, l’elegante e chiaro “Ragazza del secolo scorso” dellaRossanda, è stato un bestseller nazionale.
Eppure nel 2005 il loro giornale fu chiuso e al momento, con la crisi finanziaria in corso, il quotidiano è a rischio di scomparire. Micromega, la spessa rivista bimestrale edita dal filosofo Paolo Flores D’Arcais, non corre lo stesso rischio, visto che fa parte dell’impero editoriale le cui pubblicazioni di punta sono il quotidiano romano “La Repubblica” e la rivista settimanale “L’espresso”. Durante la Seconda Repubblica, Flores ha fatto sì che il suo giornale diventasse l’organizzatore del più incondizionato ed efficace fronte dell’opposizione a Berlusconi in Italia, con un ruolo politico unico in Europa per una pubblicazione intellettuale di questo tipo. Un anno dopo la vittoria del centro-destra nel 2001, proprio da qui fu lanciata un’ondata impressionante di proteste contro Berlusconi, al di fuori e contro la passività del centro-sinistra.
In tutto questo altre due figure hanno avuto un ruolo centrale. Uno è stato Nanni Moretti, il più popolare regista e attore italiano, il cui cinema per più di un decennio aveva riportato in modo critico anche se spesso ammiccante, le fasi della dissoluzione del PCI e della sua rovina. L’altro personaggio centrale è stato lo storicoPaul Ginsborg , autore delle due più autorevoli storie dell’Italia del dopoguerra, un inglese che insegna a Firenze, distintosi non solo come studioso ma ora anche come cittadino del suo paese adottivo. Nel secondo dei suoi libri di storia, che abbraccia il periodo dal 1980 al 1996, e che è stato pubblicato in inglese con il titolo “Italy and its Discontents” [N.d.T. "l'Italia e i suoi malcontenti"] (e che in questa edizione arriva fino al 2001), Ginsborg propone l’ipotesi che, nonostante tutto l’egoismo e l’avidità dello del ceto yuppy, cioè i “ceti rampanti” [N.d.T. in italiano nel testo] che hanno prosperato nel periodo di Craxi, esisteva accanto a questo, nel ceto medio italiano, un gruppo di professionisti più seri, con un elevato senso civico e degli impiegati pubblici (ceti medi riflessivi) che erano capaci di azioni altruistiche e costituivano una fonte potenziale di rinnovamento per la democrazia italiana. Questa idea fu vista con un certo scetticismo quando egli la sviluppò. Tuttavia nel 2002 si rivelò corretta. Infatti era proprio lo strato sociale che egli aveva identificato a fornire il gran numero di persone negli scioperi contro Berlusconi di quell’anno.
Eppure proprio in questo sta la loro limitazione. Le modalità specifiche che essi scelsero - i dimostranti si tenevano per mano in cerchio girando intorno agli edifici pubblici - furono rapidamente nominate “girotondi” dalla stampa. Con l’intento di rappresentare lo spirito pacifico e protettivo del movimento, il vero risultato fu quello di attribuirgli l’aria di un gioco da bambini. I partiti del centro-sinistra non fecero molto per nascondere la loro ostilità, non solo perché detestavano essere associati con quel movimento, ma anche per timore di una competizione politica. I “girotondini” non risposero con altrettanta ostilità. Decisi ad evitare azioni tumultuose simili a quelle del G7 di Genova e vagamente speranzosi di allearsi con i capi dei sindacati legati al centro-sinistra, il movimento si frenò dall’intensificare l’offensiva contro il governo, lasciò soli i suoi complici all’opposizione e, danneggiato infine dalla sua immagine da “bravo ragazzo”, nonpotè più provvedere a se stesso.
Quando “Micromega” coraggiosamente, e facendo infuriare Veltroni, fece un altro appello per uno sciopero di massa a piazza Navona la scorsa estate contro il ritorno di Berlusconi al potere, le intrinseche contraddizioni dei “girotondini” vennero a galla, con Moretti e metà della base che si dissociarono dagli attivisti più radicali, i quali questa volta non risparmiarono Napolitano, il PD o Rifondazione Comunista. Proprio come le impenetrabili circonlocuzioni verbali degli ultimi giorni della Prima Repubblica produssero come reazione le calcolate volgarità della Lega Nord, così, in questa occasione, la ricercatezza di gran parte della retorica dei “girotondi”, più propensi alla supplica che all’attacco, produsse il suo opposto: una fiammeggiante volgarità di immagini e linguaggi (le avventure galanti di Berlusconi furono un invito a nozze in proposito) da parte di attori comici famosi per la loro ostilità verso la classe politica, con vivo imbarazzo di chi in piazza si era comportato meglio, apparentemente tralasciando la maggioranza dello stesso elettorato di centro-sinistra, a giudicare dai sondaggi di opinione.
Politicamente parlando, l’episodio può essere considerato una versione in miniatura della polarizzazione degli anni ‘70, quando gli apprensivi atti conciliatori provenienti dall’alto provocavano invece esplosioni di rabbia dal basso.
In autunno queste tensioni si sono dissolte nella fiumana di proteste studentesche contro i tagli ai fondi dell’istruzione e la compressione del sistema scolastico, voluti dal centro-destra, e nella mobilizzazione -più limitata - dei sindacati contro la risposta economica del governo alla recessione globale. Le concessioni conquistate hanno minore importanza della portata di questi stessi movimenti. Tuttavia uno schema di ritiro tattico da parte di Berlusconi e l’aumento temporaneo della rabbia popolare contro di lui non è cosa nuova. Come ciò possa evolvere con il peggioramento delle condizioni economiche rimane da vedere. Con la scomparsa dei pericolosi strumenti del falegname e del contadino, la sinistra italiana ha adottato un dopo l’altro simboli dal regno vegetale o dall’etere: la rosa, la quercia, l’olivo, la margherita e l’arcobaleno. Senza un po’ di metallurgia, tuttavia, non sembra probabile che riuscirà ad andare lontano.
Note
* Il termine operaismo in italiano non ha la connotazione negativa che ha in inglese, workerism, o in francese, ouvriérisme.
¤ N.d.T. Con questo termine, che significa letteralmente lite fra gli storici, si definisce l’ampio e vivace dibattito svoltosi nel 1986-1987 nella Germania federale, avente per oggetto le diverse valutazioni del nazionalsocialismo e il significato che esso ha assunto per i tedeschi d’oggi.
† L’odore dei soldi, di Marco Travaglio ed Elio Veltri (Editori Riuniti, 2001); La scomparsa dei fatti (Il Saggiatore, 2006); Mani sporche, di Marco Travaglio, Gianni Barbacetto and Peter Gomez (Chiarelettere, 2007); Il bavaglio, di Marco Travaglio, Peter Gomez and Marco Lillo (Chiarelettere, 2008).